Anastasia Egorova
Misericordia
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© Anastasia Egorova, 2026
Il libro esamina la misericordia come fenomeno interdisciplinare: dall’etimologia e dai dibattiti filosofici alla psicologia del comportamento d’aiuto. Vengono analizzati i fondamenti religiosi (cristianesimo, islam, buddismo), le pratiche storiche in Russia (suore di misericordia, vedove compassionevoli, dinastie filantropiche) e le istituzioni contemporanee (ONG, cure palliative, volontariato). Vengono presentate biografie uniche di operatrici di misericordia.
ISBN 978-5-0070-0818-1
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Contents
Introduzione
Questo libro parla della misericordia. Di ciò che ognuno di noi riconosce a prima vista, ma fa fatica a definire a parole. Di ciò che rende l’uomo umano nei momenti più bui e che si rivela fragilissimo quando si cerca di misurarlo o regolamentarlo.
L’uomo moderno fa fatica. Restare umani e ascoltare il proprio cuore — è difficile. E non è affatto facile agire secondo il cuore. Soprattutto quando intorno regna il culto dell’efficienza, quando l’aiuto richiede rendicontazione e la compassione rischia di trasformarsi in “professionale burnout”. Siamo abituati a misurare l’utilità in numeri e il bene in percentuali del reddito. Ma la misericordia resiste al calcolo. E in questa resistenza sta la sua forza più grande.
Cosa sappiamo della misericordia? Nel linguaggio quotidiano, questa parola viene spesso accostata alla pietà, alla beneficenza, alla compassione, all’empatia e talvolta anche alla semplice cortesia. Tuttavia, se si osservano questi concetti attraverso la lente d’ingrandimento dell’antropologia culturale e della psicologia, si scopre un fatto sorprendente: queste realtà si trovano in diversi sistemi di coordinate del comportamento umano. Una affonda le radici nelle profondità dell’intelligenza emotiva, un’altra — nei meccanismi sociali dell’aiuto reciproco. Distinguerle non è un esercizio accademico. È necessario per non rimproverarsi di non versare lacrime quando ci limitiamo a trasferire denaro a un ente benefico (non è affatto un segno di mancanza di misericordia, semplicemente la beneficenza è uno strumento diverso), e per non sostituire la partecipazione viva con la rendicontazione formale.
Il compito di questo libro non è fornire una definizione univoca della misericordia — difficilmente sarebbe possibile — né offrire ricette già pronte. Il compito è tracciare un percorso e preparare il cuore del lettore alla misericordia.
Mostrare come la misericordia sia stata intesa in epoche e culture diverse, come si manifesti nella psicologia del singolo e nel lavoro delle istituzioni sociali, come la si coltivi e come la si perda.
Parleremo delle suore di misericordia che portavano via i feriti da sotto il fuoco a Sebastopoli e sui fronti della Prima guerra mondiale; delle dinastie filantropiche per le quali l’aiuto al prossimo era una tradizione di famiglia; dei volontari moderni che durante la pandemia portavano i medicinali agli anziani soli; delle suore palliative che assistono i malati incurabili laddove la medicina è ormai impotente.
Esploreremo anche i complessi rapporti della misericordia con concetti vicini — la tolleranza e l’umanesimo. Vedremo che la tolleranza senza compassione degenera facilmente in indifferenza, e l’umanesimo senza misericordia — in un freddo utilitarismo tecnocratico. E che la vera misericordia, al contrario, riempie questi principi di un contenuto vivo e operoso.
Il libro è strutturato in modo che il lettore possa passare dalla teoria alla pratica, dalle domande filosofiche più profonde ai destini concreti. Nella prima parte esaminiamo cosa sia la misericordia dal punto di vista del linguaggio, della religione, della filosofia e della psicologia.
La seconda parte è dedicata a come la misericordia sia stata intesa e incarnata in diverse tradizioni religiose — dal buddismo e dall’ebraismo al cristianesimo e all’islam.
La terza parte è la storia della misericordia russa: dalle vedove compassionevoli e dalle suore della comunità dell’Esaltazione della Croce fino alle odierne confraternite e fondazioni benefiche.
Infine, la quarta parte è rivolta alla modernità: le istituzioni della misericordia oggi, le cure palliative, le pratiche internazionali della filantropia e, infine, una riflessione sulla misericordia come fondamento valoriale della società.
Non nascondiamo che al centro della nostra attenzione c’è la tradizione russa. E non perché la misericordia in altre culture sia meno interessante o meno significativa. Ma perché, come scriveva I. A. Il’in, la cultura russa è interamente permeata dallo spirito della “contemplazione del cuore”, e molti pensatori hanno visto nella capacità di compassione la forza principale e al contempo la missione del popolo russo. Non è un motivo di orgoglio nazionale, tanto meno un fondamento per contrapporsi ad altri popoli. È un invito alla riflessione: come possiamo oggi, in un’epoca di sfide globali, disuguaglianza sociale e stanchezza delle notizie, preservare e accrescere ciò che per secoli ha costituito l’asse morale della nostra civiltà?
L’autore non pretende di possedere la verità assoluta.
La misericordia è come un fuoco vivo: la si può descrivere, ma non la si può racchiudere in una formula. Tuttavia, speriamo che dopo aver letto questo libro, il lettore riesca a capire un po’ meglio il proprio cuore — e i cuori di chi gli sta accanto. E magari desideri compiere il proprio piccolo atto di misericordia. Non per rendicontarlo, non per essere lodato, ma perché è l’unica cosa che, in fin dei conti, conta davvero.
Parte I. La natura della misericordia: teoria e filosofia
Capitolo 1. Che cos’è la misericordia? Confini e definizioni
Il fenomeno della misericordia appartiene a quelle manifestazioni umane che ognuno riconosce a prima vista, ma che è quasi impossibile imprigionare in definizioni rigorose. Riconosciamo senza errore un atto misericordioso da uno indifferente o crudele, sentiamo calore quando assistiamo a un aiuto disinteressato e ci contraiamo interiormente di fronte alla freddezza.
Tuttavia, il tentativo di rispondere alla domanda “che cos’è la misericordia?” si scontra inevitabilmente con un paradosso: più precisamente cerchiamo di descriverla, più sfuggente diventa l’oggetto. Nel linguaggio comune, la misericordia viene confusa con la pietà, la beneficenza, la compassione, l’empatia e talvolta anche con la semplice cortesia.
Filosofi, psicologi ed educatori ne discutono la natura da millenni, e in questo dibattito non c’è un punto finale. Forse perché la misericordia non è tanto un concetto quanto un movimento vivo dell’anima, che è sempre un po’ più grande di qualsiasi sua definizione.
La parola “misericordia” nelle lingue slave è un calco del latino misericordia, che deriva da misereor (compatire, avere pietà) e cor (cuore). Letteralmente — “il cuore che compatisce”, “il cuore che soffre”. Nell’antico russo, milosъrdъ non indicava tanto un’azione quanto uno stato: il cuore intenerito dal dolore altrui. Questa forma interna è estremamente importante: la misericordia non comincia con un atto e nemmeno con una decisione, ma con una risposta del cuore, che precede qualsiasi valutazione razionale.
In tedesco, Barmherzigkeit è composto dalle radici barm (sofferente, povero) e Herz (cuore) — “il cuore che condivide la sofferenza”. Sia nella versione latina, sia in quella slava, sia in quella germanica, l’accento non è posto sull’azione, bensì sulla compartecipazione al dolore come co-sofferenza.
La misericordia è un aiuto nato dalla percezione del dolore altrui come proprio.
La lingua inglese mostra un quadro più complesso: mercy (perdono, clemenza), charity (beneficenza) e compassion (compassione) coesistono, ma non si fondono.
Il francese aggiunge un tratto inaspettato: miséricorde può designare non solo la compassione, ma anche… un tipo di arma bianca — un piccolo pugnale con cui, nel Medioevo, si dava il colpo di grazia al cavaliere ferito. Questo vicinato scioccante ricorda il lato oscuro del concetto: talvolta la misericordia veniva intesa come liberazione dalla sofferenza attraverso la morte.
In russo, Vladimir Dal’ definiva la misericordia come “compassione operosa, simpatia, amore in atto, disponibilità a fare il bene”. Notiamo tre elementi chiave: il cuore come centro emotivo, l’atto — l’incarnazione pratica — e la disponibilità, intesa come potenzialità, disposizione d’animo.
Storicamente, sono state le religioni — innanzitutto il cristianesimo, ma anche il buddismo e l’ebraismo — ad attribuire alla misericordia lo status di virtù centrale.
Nell’Antico Testamento, la parola ebraica hesed (bontà amorevole) descrive allo stesso tempo il rapporto di Dio con gli uomini e la norma auspicabile delle relazioni tra gli uomini. Tuttavia, questa norma rimase a lungo nella forma di divieti: non vendicarti, non serbare rancore, non fare del male. Per “prossimo” si intendeva soprattutto il proprio connazionale, il correligionario.
Il cristianesimo compie una vera e propria rivoluzione. Nel Discorso della Montagna, Gesù dice chiaramente: “Amate i vostri nemici… beneficate coloro che vi odiano”. Il prossimo si rivela non essere soltanto l’amico, ma anche il nemico, non solo il proprio simile, ma anche lo straniero.
La misericordia cessa di essere selettiva. L’apostolo Paolo, nella Prima Lettera ai Corinzi, offre il celebre inno all’amore: “L’amore è paziente, è misericordioso, l’amore non invidia… non cerca il suo interesse”. Qui la misericordia è inseparabile dall’amore incondizionato, che non chiede ricompensa.
Nella tradizione ortodossa, la misericordia è intesa come un modo di assimilarsi a Dio: “Siate misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36). I Padri della Chiesa sottolineavano che la misericordia non inizia con un’offerta in denaro, bensì con un “cuore misericordioso” — una disposizione dell’anima tale per cui l’uomo non può passar oltre il dolore altrui.
Teodosio di Pečersk chiamava la misericordia “l’olio nella lampada dell’anima”. Tuttavia, la comprensione religiosa ha anche i suoi limiti: la misericordia senza rispetto per la dignità dell’altro si trasforma in una forma umiliante di elemosina.
E può la misericordia esistere al di fuori della fede religiosa? I filosofi illuministi risposero affermativamente, ma al prezzo di separare la misericordia dal suo fondamento religioso.
Nella filosofia europea, la misericordia si trova al centro di accesi dibattiti. L’antichità non conosceva la misericordia nel senso cristiano. Per Aristotele, la virtù più alta non è la compassione, bensì la giustizia. Seneca, riflettendo sulla clemenza, affermava che essa è alleata della giustizia, ma non la sua sostituta: la clemenza rimette in libertà coloro che non meritavano altra pena.
Il Nuovo Tempo porta con sé due linee concorrenti. La prima, quella dei sentimentali (sensitisti) come Hume e Shaftesbury, insiste sul carattere innato della compassione.
Schopenhauer va oltre: dichiara la compassione l’unico fondamento della morale. Secondo lui, la compassione non è soltanto un’emozione, bensì un’intuizione metafisica dell’unità di ogni essere vivente.
L’esatto opposto rappresenta Immanuel Kant. Per lui, l’azione morale deve essere compiuta per dovere, non per inclinazione. Se aiuto un altro perché mi fa pena, la mia azione, dal punto di vista di
