Strada senza uscita. Storia di due amori e un’amicizia
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Роберто Борзеллино

Strada senza uscita

Storia di due amori e un’amicizia






Contents

Роман на языке оригинала (итальянский)


Посвящается…

всем моим русскоязычным студентам.

Огромное спасибо.

CAPITOLO PRIMO

IL RISVEGLIO

Un rumore sordo e un colpo aprii gli occhi, un frenetico brusio arrivava dalla strada, ma era una lingua strana, dal forte accento, che inutilmente cercavo di capire, di tradurre. Forse stavo ancora sognando o era solo la mia mente che rifiutava il risveglio e s'inventava in modo strano per farmi capire che era meglio rimettersi a dormire. Fu solo un attimo è questo pensiero era già svanito: a quel tempo, in quelle condizioni, non avevo certamente il lusso di potermi riaddormentare. Potevo fare solo una cosa: alzarmi, raggiungere la cucina e preparare un buon caffè. Già il caffè, ma mentre cercavo di ricordare in quale direzione andare, sentivo ancora quelle voci giungere dalla strada, i toni diventano sempre più accesi, acuti; ecco, ora le distinguevo bene, sembravano due donne che litigavano in strada,

Con questo pensiero nella testa, svogliatamente, alzai dal letto e con lo sguardo cerca le pantofole: “Ah, eccone una e l'altra, quella maledetta, dove sarà finita?”, Probabilmente sarà nascosta da qualche parte, magari sarà finà un dispositivo mobile o più probabilmente sarà sotto il letto, in profondità, lì è più difficile raggiungerla, se non con l'aiuto di un bastone per tirarla via. Quella mattina il mio risveglio era stato interrotto bruscamente e certamente non aveva migliorato il mio cattivo umore. Seduto sul lato distruggi il letto, coi i piedi nudi sul pavimento, un piccolo brivido di freddo la mia pelle scossa e mi ha fatto alzare bruscamente, mentre il pensiero del caffè ”, con prepotenza, si era già fatto strada nella mia mente. Con una sola pantofola ai piedi, ciondolando come un vecchio zoppo,

Uno strano silenzio sembrava essersi impossessato dell’intero quartiere; non un lamento giungeva alle mie orecchie, come se tutt’intorno ogni rumore fosse improvvisamente ovattato. Istintivamente posai il mio sguardo sul grande orologio bianco appeso in alto, al centro del muro che, con le sue lancette nere, mi avvertiva che mancavano pochi minuti alle sette di mattina. Controvoglia mi affacciai alla fi­nestra, facendo attenzione a spostare delicatamente la tendina per evitare di essere riconosciuto; abitavo pur sempre al primo piano e non era difficile notare il mio bel faccione italiano. La curiosità aveva preso il sopravvento e con lo sguardo cercai di individuare le due donne che quella mattina, con tanto frastuono, mi avevano inopportunamente sottratto al piacevole abbraccio di Morfeo.

La mia sorpresa fu grande: la strada era vuota, deserta e potei notare solo qualche ombra che si allontanava camminando velocemente, probabil­mente per raggiungere la fermata del tram dall’altra parte del cortile. “Dove saranno finite quelle due matte” — ripetevo tra me e me — mentre il caffè espresso, con il suo profumo, aveva già inebriato tutta la cucina. Fu solo al primo sorso che mi sentii completamente sveglio e rinato; solo adesso cominciavo a capire perché non riuscivo a tradurre quelle frasi, quelle parole dall’accento così strano e tutto rapidamente divenne chiaro. Quelle donne parlavano in russo.

Ero a mille chilometri da casa, in un luogo lontano, sperduto, tra palazzoni di periferia tutti uguali, che potevo distin­guere tra loro solo dal tono sfumato dei colori sulle facciate dei muri, che il tempo e il freddo dei gelidi inverni avevano sbiadito.

Ero seduto in cucina, con la tazzina del caffè ancora in mano e una profonda malinconia mi prendeva alla gola, mi stringeva al petto. Mi guardavo intorno ed ero circondato dalla carta da parati; ogni stanza di quell’appartamento era tappezzata da disegni orrendi, con colori appena abbozzati di un giallo tenue, senza nessuna grazia, classe o bellezza.

Sembrava che il tempo si fosse improvvisamente fermato agli anni sessanta e li fosse rimasto, immobile, legato profondamente al passato comunista. Solo adesso i miei ricordi riaffioravano prepotentemente e mille pensieri si affollavano feroci nella mia mente. Ero a Minsk in Bielorussia.

Ma perché ero finito in quel posto così lontano?”, “Cosa mi aveva spinto a partire e la­sciare ogni cosa, i parenti, gli amici, un figlio?”.

Con lo sguardo perso sul fondo della tazzina seguivo una piccola goccia di caffè che scivolava lentamente lungo i bordi e all’improvviso vedevo scorrere davanti a me, come in un film, il fallimento di tutta una vita. Fin da piccolo avevo avuto un sogno da realizzare, un traguardo che già allora mi sembrava impossibile da raggiungere, come la vetta dell’Himalaya; già all’epoca mi sentivo fuori dal coro e alla classica domanda di genitori e parenti: “Cosa vuoi fare da grande?”, non rispondevo nel modo che tutti si aspettavano — da grande farò l’avvocato, il medico o l’ingegnere — ma, meno banalmente e con un misto di ingenuità e coraggio, rispondevo: “da grande farò lo scrittore di romanzi, per raccontare storie e inventare sempre nuovi personaggi”.

Non credevo di essere più intelligente dei ragazzi della mia età ma sentivo il desiderio di fare qualcosa di diverso dal “normale”, qualcosa per cui credevo di ave­re talento — scrivere libri — e questo per me era stato chiaro fin da subito.

Già in seconda elementare non erano sufficienti quattro pagine di quaderno per finire i temi d’italiano e, molto spesso, dopo aver ricevuto un bel dieci, venivo “costretto” dalla mae­stra a fare il giro delle altre classi dove, con mio grande disappunto e con un pizzico di vergogna, dovevo leggere quelle pagine, scandendo bene ogni frase ad alta voce affinché tutti potessero ascoltare i miei pensieri, le mie fantasie, i miei personaggi inventati.

Questa procedura si era ripetuta già troppe volte durante i miei primi anni di scuola e sentivo crescere dentro di me la ribellione e il fastidio di dover fare ogni volta tutti quei giri, andando di classe in classe. Sempre più spesso cercavo, con le scuse più varie e fantasiose, di sottrarmi a quella “tortura”, a quella violenza quasi fisica, ma non sempre ci riuscii. Dal confabulare delle maestre percepivo la loro ammirazione ed il loro stupore, mentre per me sembrava tutto eccessivo, quasi folle. All’epoca non si capacitavano di come un minu­scolo bambino potesse esprimere così tanta energia espressiva, avere così tanta imma­ginazione e, cosa ancora più sconcertante per loro, non commettere alcun errore grammaticale.

Inutile dire che le prime volte avevo provato un grande senso di felicità e orgoglio, soprattutto pensando a mia madre, perché potevo raccontarle fin nei minimi particolari dell’esperienza vissuta a scuola e mostrarle il bel dieci stampato a penna sul fondo del foglio. In quelle occasioni potevo leggere sul suo volto tutta la sua gioia, come se dicesse con gli occhi “ho partorito un genio”. Ma con il tempo tutto divenne più difficile e complicato da sopportare, non ero certo il tipo di ragazzino a cui piaceva mettersi in mostra e se l’essere il primo della classe aveva accresciuto la mia “fama” con le ragazzine, dall’altro cominciavo a sentire il peso di dover essere sempre “all’altezza della situazione”, comporre e scrivere temi originali e, soprattutto, senza errori.

Purtroppo, già a quell’età, dovevo imparare, a mie spese, che nella vita reale anche i bambini possono essere molto crudeli e capii che non sempre è possibile dimostrare il proprio talento senza provoca­re invidie o gelosie o qualche forma di rea­zione o ritorsione. Ma così avvenne.

Ora i ricordi si facevano più nitidi nella mia mente e come in un sogno ad occhi aperti continuavo a rivivere quei momenti e potevo quasi sentire sulla mia pelle la dolce brezza del vento di primavera. Fu proprio durante quei giorni, all’uscita dalla scuola, che fui fermato da un piccolo gruppetto di altri bambini; erano tutti alunni delle classi superiori che, senza tanti giri di parole, mi minacciarono di smetterla di scrivere in quel modo così diverso e complicato. Mi spiegarono che le loro maestre li costringevano, quasi tutti i giorni, a esercitarsi con la “scrittura creativa” e tutti erano ormai stanchi di qual continuo scrivere. Avevano individuato nel sottoscritto la soluzione a tutti i loro problemi scolastici ed il loro unico desiderio era quello di tornare alla “normalità delle vecchie lezioni”. Se non avessi smesso di scrivere in quel modo sarei stato punito nel modo più crudele, mi avrebbero scaraventato in un pozzo profondo e fatto sbranare dai loro cani inferociti. Il più grande di loro, come promemoria, mi sferrò” violentemente un pugno sul naso affinché comprendessi che facevano veramente sul serio e che le loro non erano solo minacce a vuoto.

Da quel momento in poi le mie “creazioni letterarie” diminuirono di quali­tà e originalità e, qualche volta, le infarcivo di opportuni e grossolani errori di grammatica. In ogni caso facevo attenzione a non esagerare per evitare di essere scoperto e per mantenere un voto finale soddisfacente: il sette. Con questo “piccolo trucco” e con mio grande sollievo finirono anche le “morbose” attenzioni delle mie maestre e dopo qualche tempo tutto sembrò tornare alla normalità. Dovetti subire un ultima umiliazione il giorno in cui le maestre convocarono a scuola i miei genitori, ma questa volta per parlare della mia “regressione scolastica” e non più dei miei successi. Ricordavo ancora il volto stupito di mia madre quando le confessarono della mia involuzione letteraria avvenuta in un lasso di tempo troppo breve.

Rapidamente mi adattai alla nuova situazione a scuola e nonostante provassi un forte contrasto di natura morale (mi sembrava di prendere in giro e di mentire alle persone che più amavo), non raccontai mai a nessuno quel mio segreto, neppure al mio amico più fidato, e fu sepolto, profondamente, dentro di me. Benché quella fosse stata la prima esperienza negativa della mia vita, in seguito avrei dovuto affrontare e risolvere bel altre situazioni, ancor più complicate e difficili.

Posai lentamente la tazzina di caffè nel lavandino provando ad allontanare dalla mia mente tutti quei ricordi ancora così spiacevoli e mi diressi, svogliatamente, verso la stanza da letto. Desideravo poter guardare nuovamente dalla finestra perché cercavo una nuova prospettiva, un modo migliore per poter distingue­re tutte quelle persone che, a passo veloce, percorrevano le stradine che separavano tutti quei grandi palazzoni di cui potevo notare il loro aspetto cupo ma imperioso, la regolare monotonia con cui sembravano essere stati messi in fila, uno accanto all’altro, come dei bravi soldatini.

Era in queste rare occasioni che cercavo d’immaginare il viso e gli occhi delle donne che, come tante formichine, abitavano in quelle case tutte uguali. Potevo osservarle dalle loro finestre mentre, come ombre, si muovevano di continuo da una stanza all’altra, protette da tende bianche e trasparenti dagli occhi indiscreti dei vicini. Le immaginavo armeggiare con i fornelli della cucina, indaffarate a preparare la colazione per i loro figli e mariti. Dal portone vidi uscire una figura femminile che, con passo svelto, rin­chiusa nel suo stretto cappotto per proteggersi dal freddo intenso e dal vento, si affrettò a raggiungere la fermata del tram.

Riflettevo e mi rendevo conto che, durante tutta la mia permanenza a Minsk, ancora non avevo conosciuto nessuno dei miei vicini, tranne quelle poche persone che la mia dolce e gentile padrona di casa mi aveva presentato. Tutte sembravano avere stampata sul viso quell’espressione triste e stanca di chi non ha più speranza di attendersi un futuro migliore dalla vita.

Alcune ragazze incontrate in centro mi avevano confidato il loro più grande desiderio: conoscere e sposare un uomo straniero, magari un uomo che, come me, le avrebbe portate a vivere in una bella città italiana in riva al mare. Adesso che anch’io mi trovavo in quel luogo desolato e con un futuro incerto, capivo quanto grande fosse il loro desiderio di andare in Italia e dai loro discorsi si intuiva l’amore per quel posto così lontano, ricco di storia, monumenti, dagli incantevoli panorami, con un ottimo clima e buonissimo cibo. Tutte cose che a Minsk non era possibile nemmeno lontanamente paragonare. Nonostante mi fossi recato in centro molte volte non avevo mai provato un brivido di piacere o un guizzo che avesse accesso dentro di me l’interesse per un parco, una statua o un teatro. Tutto sembrava piatto e insulso, come mangiare una pietanza senza condimento, ma la scelta di vivere in quel posto non era stata affatto casuale perché si sposava bene con il mio stato d’animo di allora e con la miseria della mia vita.

Ora non riuscivo più a fare a meno di pensare al mare, alla brezza che mi accarezzava ogni volta che passeggiavo sul lungomare di Salerno e dentro di me sentivo crescere impetuosamente il desiderio di tornare a casa, per ammirare quel colore intenso e azzurro tipico delle coste del sud Italia, dove anche d’inverno i raggi del sole riescono a scaldarti il cuore. Più restavo ancorato in quel posto e più cresceva in me la paura che sarei rimasto per sempre a Minsk, magari sepolto sotto quel freddo e gelido terreno, colpito da un infarto improvviso a causa dalla mia grande tristezza d’animo. Mi commuovevo spesso perché capivo che non avrei più rivisto i luoghi della mia infanzia, gli amici di un tempo e tutte le persone care, compreso il mio adorato figlio. Quel posto mi appariva come un deserto di ghiaccio, immenso e sconfinato, completamente aperto ed esposto a tutte le intemperie, con la costante presenza di un vento forte e gelido che soffiava e urlava perenne­mente sulle finestre delle case.

Ma non aveva senso lamentarsi contro la sorte perché avevo scelto volontariamente di venire a Minsk, senza alcuna costrizione. Desideravo solo un po’ tempo per rimettermi in sesto e avere la possibilità di ricominciare una nuova vita.

Capivo che quel nuovo giorno era iniziato in modo strano e forse per me era giunto il momen­to di tirare una lunga riga rossa sulla mia vita. Ormai avevo quasi cinquant’anni e, invece di diventare un romanziere di successo, mi ero trasformato in uno scrittore ombra, un ghost writer, pagato per scrivere articoli e storie, che poi sarebbero stati firmati da altri. Era un lavoro mal pagato e che non dava grandi soddisfazioni profes­sionali e, di tanto in tanto, cercavo di arrotondare le misere entrate lavorando come correttore di bozze per alcune case editrici. In questo modo vedevo scorrere davanti ai miei occhi le parole scritte da altri, di quelli che si sentivano scrittori da sempre e che non aveva­no voluto abbandonare il loro sogno, che non avevano mollato di un centimetro. Più leggevo e correggevo quelle bozze e più mi rendevo conto di avere sprecato tanto tempo e tutto il mio talento rincorrendo i sogni degli altri, soprattutto quelli di mia madre.

Mi ero iscritto all’università proprio per fare contenti i miei genitori e scelsi la facoltà di legge perché tutti, amici e parenti, dicevano che avevo le qualità per diventare un bravo avvocato. Una volta entrato a far parte di quel mondo mi sentivo ogni giorno più depresso, come un pesce fuori dall’acqua; durante le udienze in tribunale mi divertivo a immaginare quei mie colleghi come squali affamati, pronti ad azzannare anche la madre pur di avere un nuovo cliente importante. Frequentando quelle aule di giustizia mi accorsi che non era la legge a trionfare, ma prevaleva sempre chi, con il tempo, era riuscito a farsi un nome o aveva stretto un rapporto confidenziale e di amicizia con il giudice di turno. Per anni mi ero sentito a disagio in quell’ambiente e avevo cercato un’occasione concreta per potermene allontanare, per liberarmi da tutto quello schifo. Ma ero frenato dal prendere quella decisione perché, nonostante avessi già trent’anni, vivevo ancora a casa con i miei genitori e quando li guardavo negli occhi vedevo la loro soddisfazione, il loro orgoglio. Allora ci ripensavo e rinchiudevo in un cassetto tutti i miei progetti di fuga dalla realtà.

Come sempre accade nella vita l’occasione giusta capitò improvvisa e inaspettata: arrivò l’amore che, in un istante, travolse tutto e tutti in un istante. In poco tempo mi ritrovai a percorrere una strada completamente diversa: sposato e con un figlio in arrivo. Cercai di allontanarmi dal mondo nel quale avevo vissuto fino a quel momento e decisi di andarmene dall’Italia per provare una nuova esperienza di vita. Andai a vivere a San Pietroburgo, una bellissima città russa, costruita da Pietro il Grande sul fiume Neva, che racchiudeva in se un mix di stili architettonici diversi, prevalentemente europeo nel centro città e tipicamente russo nella vasta periferia. Mia moglie, russa, mi facilitò in questa scelta e mi proiettò in una realtà in cui mi sentivo, finalmente, a mio agio. Ebbi la fortuna di trovare subito lavoro come insegnante di lingua italiana in una scuola non lontano dal piccolo appartamento che, ormai, dividevamo in tre. Mi sentivo fortunato e felice, come non lo ero mai stato in vita mia perché adesso, nel tempo libero, potevo anche dedicarmi alla scrittura di tutto quello che desideravo: romanzi, piccole storie, poesie. Potevo scrivere e fantasticare su tutto quello che mi passava per la testa e così, tutta quella passione che avevo dentro uscì prepotentemente e si animò su centinaia di fogli di carta.

Purtroppo, come tutte le cose belle, anche quell’esperienza finì velocemente a causa dei burrascosi e quotidiani conflitti coniugali. Fu con la fine del mio matrimonio che mi decisi a tornare in Italia, lasciare quel piccolo appartamento e rinunciare alla mia vita di padre affettuoso. Nel mio ultimo ricordo mi vedevo con le valigie in mano, pronto a partire, mentre stringendo tra le braccia mio figlio ancora piccolo, gli sussurravo dolcemente nell’orecchio: “Il tuo papà ti ama e un giorno tornerà qui a riprenderti, questa è una promessa”. Purtroppo, non fui in grado di mantenere quella promessa e il ricordo di quella scena continuava a perseguitarmi nonostante il trascorrere del tempo. Forse la mia permanenza prolungata a Minsk era figlia proprio di quelle scelte sbagliate, di quei sensi di colpa che ancora mi portavo dentro.

Guardai l’orologio e vidi che il tempo era trascorso velocemente: ormai erano già le otto di mattina e non avevo ancora acceso il computer. Dovevo rimettermi subito a lavoro perché avevo ancora tante cose in sospeso da finire. Prima di immergermi nella routine quotidiana pensai di prendermi ancora qualche minuto per leggere le ultime notizie e aprire qual­che e-mail. Peraltro, solo recentemente ero riuscito a ottenere un importante incarico editoriale ed era di vitale importanza che riuscissi a portare a termine quel lavoro nei tempi concordati. Dovevo occuparmi della correzione della bozza sulla nuova riforma pensionistica, un lavoro lungo e noioso che avrebbe preso tutte le mie energie. Avevo comunque un grosso problema perché dovevo consegnare, entro la fine del mese, le bozze corrette per andare in stampa, ma fino a quel momento mi ero occupato di tutt’altro e avevo trascurato quel lavoro. Mi restavano solo pochi giorni per rispettare quel contratto e, adesso, diventava veramente urgente concentrarsi solo su quello, senza altre distrazioni o divagazioni.

Ero consapevole che, se non avessi consegnato il file entro la data stabilita, non avrei ricevuto alcun compenso, nemmeno un piccolo rimborso spese. Avevo un assoluto bisogno di quei soldi perché dovevo ancora pagare l’affitto della stanza. Ero già in ritardo di tre mensilità ma per fortuna Olga (così si chiamava la donna che mi aveva dato in affitto una camera del suo appartamento), quando mi vedeva tri­ste e sconsolato, cercava di tirarmi su di morale, ripetendomi, nel suo incerto italia­no:” Roberto, non preoccuparti per l’affitto, sono sicura che alla fine tutto si risolverà per il meglio”. Desideravo farmi perdonare per tutti quei ritardi che, ormai, stavano diventando una cattiva abitudine e pensai di invitarla fuori a cena o di comprarle dei fiori, di quelli che lei amava tanto: le rose rosse.

Olga era una donna dolce e gentile, aveva grandi occhi a mandorla che tradivano le sue origini asiatiche. Era nata in Uzbekistan, un’ex repubblica che un tempo apparteneva alla vecchia Unione Sovietica, ma ci teneva a puntualizzare che la sua mamma aveva origini russe e che, per metà, anche lei si sentiva russa. Aveva ormai supe­rato la quarantina, ma la sua bellezza non era ancora del tutto sfiorita: si vedeva che amava tenersi in forma e aveva il viso e le mani curate, l’aspetto sempre in ordine.

Una sera che eravamo rimasti soli in casa, dopo averla vista particolarmente affranta e sconsolata, le chiesi se avesse avuto desiderio di raccontarmi la sua storia familiare. Mi disse che era stata sposata con uno straniero per oltre venti anni, un egiziano che aveva lavorato a Minsk come professore universitario e con il quale aveva avuto tre figli. Le prime due figlie ormai erano già grandi, rispettiva­mente di diciotto e quattordici anni, mentre l’ultimo figlio, il maschio, aveva appena compiuto undici anni. Il marito l’aveva lasciata ed era andato via da casa due anni prima del mio arri­vo: diceva di sentirsi stanco di quella vita familiare, della monotonia di una città che, dopo tanti anni, ancora non riusciva a capire. In realtà non aveva mai sopportato lo stile di vita occidentale ostenta­to, in tutti quegli anni, dalla bella moglie bielorussa e sempre più spesso le aveva ripetuto che non si sentiva amato e rispettato. Poi, all’improvviso, aveva deciso di tornarsene al Cairo e di lavorare come consulente esterno per il Museo egizio, ma portò via con sé le due figlie più” grandi.

Olga, alla scoperta del rapimento delle figlie, dopo lo shock iniziale, aveva fatto di tutto per ten­tare di fermare il marito, ma nemmeno la denuncia alla polizia aveva sortito alcun ef­fetto; alla fine si era dovuta arrendere, impotente di fronte ad una situazione che si era dimostrata più” grande e più forte di lei. Bastava parlarci insieme pochi minuti per capire che era una donna con una forte personalità. Olga mi confidò, candidamente, che si sentiva ancora fortunata ad avere con se’ il piccolo figlio maschio e avrebbe dedicato tutto il suo tempo e le sue energie per farlo crescere nello stile occidentale.

Il piccolo Amir aveva un viso rotondo e gioviale, con due occhi grandi, neri ed espressivi, un’energia infinita e un insaziabile appetito; spesso lo avevo sentito ripetere una curiosa frase in russo quando, rivolgendosi a Olga, le diceva: “Мама, я хочу есть” (Mamma voglio mangiare).

Olga, con pazienza, cercava di esaudire tutti i desideri del suo piccolo principe preparandogli ogni sorta di prelibatezza e, la sera, nonostante la stanchezza per il lungo e duro lavoro, si prodigava per aiutarlo a finire i compiti da portare il giorno dopo a scuola. Quando la mamma era assente mi divertivo a guardare Amir scorrazzare per casa insieme ai suoi amici del quartiere; si divertivano tutto il tempo tra televisione, playstation e giochi di lotta, dimenticandosi completamente di dedicarsi allo studio e mettendo a soqquadro tutto l’appartamento. Il piccolo Amir aveva una grande passione per la musica e dopo la scuola percorreva alcuni chilometri a piedi per arrivare al conservatorio, che frequentava tre volte la settimana, per perfezionare il suo talento musicale.

La mamma, con grandi sacrifici, era riuscita a comprargli un pianoforte usato, con cui Amir si divertiva a inventare nuove melodie. Quando lo sentiva suonare al pianoforte Olga piangeva di nascosto, ma erano lacrime di gioia perché, in quelle occasioni, vedeva il figlio felice. Mi faceva una grande tenerezza questo “piccolo principe”, (tale era l’origine araba del suo nome Amir), forse perché mi ricordava mio figlio che ormai non vedevo più da tanti anni. Per lui ero diventato come un padre e qualche volta mi chiedeva di uscire insieme in strada per giocare a palle di neve o per farsi spingere con lo slittino giù dalle piccole collinette di ghiaccio che, nella notte, si erano formate all’interno del cortile.

Mentre riflettevo sulla forza d’animo della mia padrona di casa, mi decisi ad aprire la posta elettronica e il mio sguardo fu immediatamente catturato dall’inte­stazione di un’e-mail che, nell’oggetto, riportava un nome e una stringata frase, “Massimo, il tuo vecchio amico”. Rimasi completamente sorpreso, ma quella frase non mi lasciava alcun dubbio — era proprio Massimo, il mio vecchio compagno di liceo. Quel nome mi riportava con la mente al passato, ai tempi in cui tutto sembrava possibile, quando, a sedici anni, pensavamo di avere il mondo e il futuro nelle nostre mani. Era trascorso tanto tempo dall’ultima volta che avevo avuto sue notizie e adesso mi chiedevo il motivo di quella sua e-mail e di come avesse fatto ad ottenere il mio indirizzo di posta elettronica.

Questo era un vero mistero.

Solo poche e fidate persone avevano il mio indirizzo e-mail e potevano contarsi sulle dita di una mano. Con il mio isolamento, la lontananza fisica, pensavo di riuscire a proteggermi da tutto e da tutti, invece ora mi sentivo nudo, senza più” alcuna difesa. Quell’email aveva percorso migliaia di chilometri e adesso si trovava lì, davanti a me, che dallo schermo del computer mi invitava ad aprirla, come se mi dicesse dolcemente “e dai, leggimi, non te ne pentirai”. Ma era proprio quest’aspetto che mi faceva più paura, come se il contenuto di quella lettera mi avrebbe potuto riportare indietro nel tempo per riaprire ferite che pensavo di avere già rimarginato. Ero tentato di cancellare quel file, poi mi prese la solita angoscia e mi sentii avvolto, improvvisamente, da quella mia tipica indecisione che era stata la sola costante sgradita della mia vita. Per fortuna la curiosità prese il sopravvento e mi affrettai ad aprirla, sperando che contenesse solo belle noti­zie in modo da poter affrontare il resto della giornata con qualche linea di entusiasmo in più.

Cercavo di contare gli anni che erano trascorsi dal nostro ultimo incontro: tanti, troppi per essere ricor­dati — pensai. Non potevo dimenticare la spensieratezza di quegli anni di scuola, i famosi anni “80, dove tutte le speranze erano ancora intatte e dove tutto sembrava potersi realizzare. Lessi voracemente il contenuto di quell’e-mail: era proprio Massimo, che con il suo stile inconfondibile, misto d’ironia e tristezza, mi svelava finalmente il mi­stero di come avesse fatto a rintracciarmi.

Era capitato “per caso” sulla pagina Face­book di mia sorella e, come fulminato sulla strada per Damasco, era riuscito a mettersi in contatto, pregandola di darmi il mio indirizzo e dicendole che gli avrebbe fatto molto piacere riallacciare i vecchi rap­porti con me. Mi raccontava che non era riuscito a realizzare i suoi sogni di artista, di non essere di­ventato famoso come cantante, anche se fino alla fine ci aveva tanto sperato. Con la sua musica non era riuscito a trovare quel sound, quelle note giuste, che gli avrebbero permesso di scrivere il pezzo-capolavoro, quello che lo avrebbe proiettato nel firmamento della musica italiana.

Continuai a leggere e finalmente potevo conoscere quello che aveva fatto Massimo dopo la fine della scuola. Mi scrisse che aveva soggiornato a Milano per diverso tempo e questo solo grazie ad un compromesso fatto con i suoi genitori: ossia l’obbligo di frequentare con costanza e profitto il locale Conservatorio di musica. Il tempo era passato velocemente e nessun avveni­mento particolare era arrivato a sconvolgergli la vita di musicista, nemmeno un incontro fortuito, così come a volte succede nella vita. Alla fine la sua delusione era stata troppo grande e aveva deciso di fare ritorno a casa, di tornare al sud, in quella stessa piccola città di provincia dov’era nata la nostra amici­zia ai tempi del liceo. Aveva capito che, per realizzare il suo sogno, doveva percorrere un cammino troppo difficile, tortuoso, pieno di ostacoli e di compromessi, un cammi­no che, probabilmente, lo avrebbe condotto su di una strada senza uscita.

Ora lavorava come operaio in una fabbrica di occhiali, ma di tanto in tanto ancora si divertiva ad andare in qualche locale a suonare al piano bar e a raccontare agli ospiti qualche aneddoto della sua vita da artista vissuta nella capitale della musica italiana: Milano. Questo gli sembrava comunque un modo piacevole per trascorrere le serate e tenersi aggrappato al suo sogno, oltre che per arrotondare le magre entrate mensili. Nell’email si rammaricava che erano trascorsi così tanti anni dal nostro ultimo incon­tro e si diceva dispiaciuto per non aver avuto il tempo di frequentarmi anche dopo la scuola.

Mi allegava una sua fotografia dalla quale, a stento, riuscii a capire che fosse proprio lui: la sua attuale fi­sionomia contrastava con i miei ricordi giovanili, anche se poi, guardandola meglio, nei suoi occhi vedevo ancora quella scintilla di luce, di follia, che solo i veri artisti potevano avere. Concludeva la sua lunga lettera rivolgendomi una domanda finale, proprio quella da me tanto temuta, chiedendomi:” Robbè ma almeno tu sei riuscito a realizzare i tuoi sogni di diventare uno scrittore?”.

Per un attimo fui preso dal panico e mille pensieri, mille paure, si affollarono improvvisamente nella mia mente; una vocina mi supplicava di can­cellare quell’email, di dimenticarla e di fare in modo che tutto tornasse come prima. Ero totalmente confuso ma non potevo fare finta di niente, dovevo reagire in qualche modo. Tra quelle righe mi era parso di leggere una sua richiesta di aiuto e non potevo lasciare un amico in difficoltà.

Probabilmente anche Massimo aveva voglia di abbando­nare quella sua vita sempre uguale e monotona, senza prospettive per il futuro e, forse, aveva intenzione di fare esattamente come me: allontanarsi da tutto e da tutti e trovare un posto dove poter dare re­spiro alla propria mente di artista e sollievo all’anima.

Era giunto il tempo di fare i conti con le mie paure e dovevo avere il coraggio di affrontarle definitivamente; mi chiesi se quella non fosse proprio l’occasione giusta, quella che inconsciamente stavo aspettando e cercai di rispon­dergli nel modo più sincero possibile. Mi pesava molto dover confessare proprio a lui, al mio caro amico di gioventù, che avevo abbandonato definitivamente il sogno di diventare uno scrittore e che adesso conduce­vo una vita modesta, in completo isolamento. Mi rallegrava l’idea di potergli scrivere che ero riuscito a dare almeno una piccola soddisfazione ai miei genitori: avevo conseguito la sudata laurea in giurisprudenza. E” vero, si trattava di una magra consolazione che non mi avrebbe riabilitato ai suoi occhi, ma era pur sempre un piccolo successo in un mare di fallimenti.

Conclusi quella lettera allegando una mia foto recente e sfidandolo a riconoscermi, già immaginando la sua faccia e le sue risate di scherno, la sua tagliente ironia. Lo vedevo seduto in cucina, intento a sorseggiare il suo caffè mentre, a voce alta, diceva: “Molto bene, il ragazzo dai lunghi riccioli biondi si è trasformato in un uomo dalla fronte alta e dai pochi capelli, è diventato un cinquantenne imbolsito e depresso”. In tutto questo mi chiedevo se anche Massimo avrebbe intravisto nei miei occhi quella speranza, quel desiderio di avere un’ultima occasione.

Probabilmente fu quello il mo­mento in cui dentro di me cominciò a formarsi la convinzione che noi due, insieme, avremmo potuto realizzare i nostri sogni. Improvvisamente ba­lenò in me l’idea di unire i nostri due talenti, le nostre due passioni — la musica e la scrittura — per provare a compiere insieme un’ultima missione prima di poter dire, definitivamente “mi dispiace, ho provato, ma ho fallito”. Era un’idea strana, folle, ma come tutte le idee che nascono per caso aveva la sua base di ra­zionalità. In fondo non avevamo nulla da perdere se non quel poco di dignità che ancora ci restava.

Molte domande attendevano ancora una risposta ma adesso mi chiedevo se due persone così diverse potevano realizzare un progetto in comune: produrre un disco di successo di musica pop.

Non eravamo più” dei ragazzini e avevamo perso il nostro “fisic du role”, ma dentro di me ardeva ancora viva la fiamma della passione per la scrittura e avrei fatto di tutto per convincere Massimo ad accettare il mio invito.

Era tempo di agire e il lavoro adesso poteva aspettare ancora qualche minuto. Dovevo concentrarmi sulla risposta da inviare a Massimo e mi misi subito a scrivere al computer. Quando fui soddisfatto della lettera gli allegai la mia foto più recente, scattata da Olga durante quell’ultimo Natale, e mi affrettai a premere “invio”. Bisognava solo avere pazienza e aspettare che il tempo facesse il suo corso; molto presto avrei capito se quell’idea, quell’intuizione, avrebbe preso forma e vita.

Mentre pensavo a tutto questo, come in un flash back, mi tornarono alla mente gli anni di liceo, quelli vissuti come compagni di banco, dove nacque la nostra amicizia.

CAPITOLO SECONDO

GLI ANNI DEL LICEO

Fin dall’adolescenza mi chiedevo chi fossi in realtà, se avessi un vero talento e la capacità di realizzare tutti i miei sogni che all’epoca, per un ragazzo di sedici anni, sembravano ancora troppo grandi. Ogni giorno percorrevo a piedi la strada per andare a scuola, evitando di passare per il centro pur di camminare sul lungomare e ammirare quei bellissimi promontori della costiera Amalfitana.

Era soprattutto durante quelle primaverili mattinate di tiepido sole che li guardavo stagliarsi diretti contro di me, in tutta la loro potenza e maestosità. A volte mi fermavo su di una panchina e chiudendo gli occhi aspettavo che arrivasse quell’anelito di vento che trasportava la brezza marina del mattino e poi, come sempre, restavo incantato ad ascoltare il canto dei gabbiani che, in cerca di cibo, si tuffavano voracemente nell’azzurre acque del mare. In quei due chilometri, tra casa e scuola, nascevano e morivano mille idee, mille progetti e tutt’intorno sembrava rallentare come un film già visto alla moviola.

Immaginavo come sarebbe stato “figo” arrivare a scuola a bordo di una fiammante e nuova spider Alfa Romeo, tutta rossa, decappottabile e quale invidia avrebbero provato i miei compagni di classe nel sentire il rombo del motore salire di giri, sempre più forte, un rumore quasi assordante. Ma soddisfazione ancora più grande sarebbe stata vedere le ragazze più” carine della scuola fare la fila e mostrarsi pronte a tutto pur di poter salire su quell’auto e correre in giro per la città, per sentire l’ebbrezza della velocità e il vento nei capelli. Purtroppo per me quelli erano solo i pensieri di un adolescente che, intanto, continuava ad andare a scuola a piedi, mentre in quegli anni ’80 un semplice motorino, anche usato, avrebbe potuto fare la differenza tra uno “sfigato” e uno che “ci sapeva fare”.

Quei sogni, quelle illusioni, duravano solo il tempo di quel breve tragitto e poi avrebbe avuto inizio, come sempre, il tormento di quella giornata. Così come ogni giorno, anche quel lunedì mattina bisognava trascorrere cinque lunghe ore chiuso in una grande stanza al piano terra, insieme ad altri tredici disperati che, come me, avevano la sensazione di essere come dei prigionieri in attesa della libertà. Con passi sempre più lenti ormai mi avvicinavo inesorabilmente all’entrata della scuola; adesso potevo distinguere perfettamente il palazzone color rosso porpora mentre con lo sguardo controllavo gli altri studenti che, come me, svogliatamente, arrivavano alla spicciolata formando e dividendosi in piccoli gruppi di tre o quattro elementi.

Qualcuno fumava nervosamente, altri sembravano ancora assonnati, qualcun altro parlava ad alta voce e cercava di vantarsi della sua nuova conquista del sabato sera, avvenuta come sempre in discoteca, quasi che avesse piacere affinché tutti gli altri, oltre al suo piccolo gruppetto, potessero ascoltare e condividerne i particolari più piccanti.

Intanto osservavo se tra quei ragazzi ci fosse qualche volto noto, un compagno o compagna di classe con la quale fare due chiacchiere prima dell’inizio delle lezioni, ma non riuscii a scorgerne nessuno e sembravo, stranamente, essere arrivato in anticipo. Quel giorno dovetti restare ancora da solo per qualche minuto ed ebbi il tempo per continuare a fantasticare con la mente: mi chiedevo se non sarebbe stato un comportamento “rivoluzionario” se, quel lunedì mattina, tutti noi adolescenti, avessimo proclamato uno sciopero improvviso, magari adducendo come motivo l’insalubrità di quelle grandi stanze umide e fredde in cui eravamo costretti a stare per lunghe ore durante la giornata e dove, ormai sempre più spesso, era possibile notare anche i calcinacci che pendevano dal soffitto.

Mi chiedevo quand’era stata l’ultima volta che avevano provato a dare una sistemata o, almeno, una mano di colore.

Il povero bidello Gianni faceva quello che poteva, ma oltre alle pulizie generali s’interessava solo di cambiare qualche lampadina o sostituire le serrature delle porte delle nostre aule, che qualche buontempone aveva provato a divellere. Quel Gianni era un tipo davvero strano, aveva un aspetto tarchiato e corpulento e la statura più bassa della media, ma con delle grandi mani, ruvide e callose. Era evidente la sua origine contadina e, quando aveva del tempo libero, si divertiva a coltivare il piccolo giardino che si stendeva tutt’intorno al perimetro della scuola. Qualche volta, tra una lezione e l’altra, mi affacciavo dalla finestra al piano terra e mi divertivo a fare ambigui commenti sul tipo di ortaggi che avrebbe potuto coltivare durante la giornata.

Comunque Gianni era un tipo simpatico e non reagiva mai in modo sgarbato o violento ai nostri scherzi anzi, a volte ci invitava a prendere un caffè che era solito preparare nel suo stanzino, quello delle scope e dei detersivi. Con il tempo aveva saputo organizzarsi bene portandosi da casa un piccolo fornello da campeggio al quale aveva collegato una minuscola bombola da gas e con quello si preparava spesso da mangiare; non era raro respirare l’odore della carne arrostita che, dopo aver attraversato tutto il corridoio, giungeva in tutte le aule, compresa la nostra. All’ora di pranzo quel profumo diventava una vera tortura, mentre dovevamo aspettare ancora qualche ora prima di poter tornare a casa per mangiare. Dal preside all’ultimo dei professori tutti chiudevano un occhio per quei comportamenti poco “ortodossi”, ma Gianni sapeva farsi perdonare, perché era sempre gentile e disponibile con tutti.

Mi riportò alla realtà il crescente brusio delle voci dei ragazzi che nel frattempo avevano quasi riempito tutto l’atrio dell’entrata della scuola; decisi di sedermi sul piccolo muretto che mi avrebbe allontanato di qualche metro da quella “mandria”, che poteva dirsi mansueta solo all’apparenza. Adesso ero seduto in un posto considerato strategico ed ero sicuro che nessun mio compagno di classe, entrando, avrebbe potuto non vedermi. Anche da seduto potevo vedere quello strano cancello di ferro, rosso e nero, che per me segnava il confine tra la libertà e l’agonia di una giornata da trascorrere ad ascoltare lezioni spesso inutili. Tutti quei professori, messi insieme, non erano in grado di dirti o di spiegarti chi eri, in quale direzione andare o di orientarti nelle scelte future della vita. Tra le altre cose dovevamo imparare anche il latino, una lingua considerata morta, ed io riflettevo “ma se è una lingua morta ci sarà stato un motivo e perché resuscitarla proprio con noi, non sarebbe stato meglio insegnare un’altra lingua, magari l’inglese, che con il francese ci avrebbe fornito le basi magari per trovare un lavoro migliore e consentirci di fare delle esperienze all’estero?”.

Era evidente che non potevo immaginare la scuola se non come una gabbia, una fabbrica di nozioni, un posto tetro e ormai obsoleto, dove nessuno si curava delle idee di noi giovani che, in un futuro non lontano, saremmo stati la spina dorsale sulla quale si sarebbe poggiata la nostra Nazione.

Cosa fare delle nostre aspirazioni? Come assecondare la nostra voglia di conoscenza?

Eravamo una generazione che non aveva internet ne telefonini e spesso le nostre idee restavano confinate nei cassetti della nostra mente. Di quei cinque anni trascorsi al liceo non ricordavo neppure un episodio insolito accaduto come forma di protesta nei confronti di quel sistema scolastico.

Ricordavo solo che quel lunedì mattina cercavo una via d’uscita, forte era la tentazione di voltarsi e di tornare indietro.

Sì, ma per andare dove?

Certamente non a casa dove avrei trovato mia madre già pronta a minacciare chissà quale esemplare punizione al ritorno di mio padre dal lavoro.

Nemmeno volevo trascorrere l’intera mattinata da solo, seduto su di una panchina al lungomare a dividere il mio panino con i gabbiani. Alla fine di quel mio girovagare nella mente mi resi conto che, probabilmente, entrare a scuola era la scelta più saggia, il male minore.

Guardai l’orologio e solo pochi minuti mi separavano dal suono di quella “maledetta” campanella: l’avevo sempre immaginata come una “campana a morto” che salutava il carro funebre al termine della funzione sacra. Invece della campanella giunse al mio orecchio il suono di una voce familiare provenire dalle mie spalle, era una voce dolce e gentile che avrei riconosciuta ad occhi chiusi, tra mille altre. “Ciao Roberto, sono felice di vederti, allora ci siamo proprio tutti questa mattina?”. Mi voltai lentamente cercando di incrociare subito il suo sguardo e, in quel momento, la luce di due occhi grandi e azzurri illuminò subito il mio viso, così come un faro nella notte buia. Era Marina, la mia compagna di classe che mi veniva incontro sorridendo. Non aspettavo altro e noncurante di essere rimproverato, il mio sguardo cadde inesorabilmente sulla sua camicetta bianca sbottonata al punto che potevo quasi intravvedere il suo reggiseno. Le risposi con un sorriso mentre a stento riuscii a dirle “ciao”. La osservavo ormai da quasi cinque anni, sempre seduta in prima fila, nel banco centrale, accanto alla sua amica del cuore, Marta, sempre mi era mancata l’iniziativa e il coraggio di dirle quello che provavo, di confessarle tutto il mio amore.

Avevo cercato di custodire gelosamente questo mio segreto ma i miei comportamenti, i miei sguardi da “pesce lesso” ogni volta che la incontravo, avevano reso evidente a tutti quelli della mia classe che ero innamorato di Marina. Sembrava che tutti avessero conoscenza di quel segreto — tutti tranne Marina. Questo che mi suggeriva il suo comportamento, a volte freddo e scostante, alternato a periodi in cui sembrava avvicinarsi tanto quasi da farmi sentire il suo calore. Questo bastava ogni volta a riaccendere in me la fiammella della speranza, a farmi pensare che non tutto fosse perduto.

Qualche volta avevo provato a fare il “giro largo” provando ad avvicinare la sua amica Marta per cercare, con modi gentili, di farla aprire e confessare l’inconfessabile e cercare di capire i reali sentimenti di Marina per me. Fu tutto vano, Marta sembrava tenere i segreti anche meglio di una cassaforte in banca e non accennò mai a qualche pettegolezzo né rivelò mai le “confidenze” di Marina.

Questo mistero mi contorceva fino dentro l’anima ma era solo colpa mia se fino a quel momento non ero riuscito a dichiararmi apertamente con Marina; avevo il terrore di un suo “no”, da cui sarebbe scaturito una vera catastrofe per l’immagine positiva che ero riuscito a crearmi in tutti quegli anni, oltre al fatto che quel suo eventuale rifiuto mi avrebbe provocato non pochi imbarazzi verso i miei compagni di classe ogni volta che fossi arrivato a scuola. A volte immaginavo i loro sguardi divertiti e i commenti idioti. Il rischio che correvo era troppo grande e non volevo ne potevo assolutamente macchiare la mia reputazione, anche a costo di perdere Marina.

Anche per questo non detti nessuna colpa a Marta per la sua scarsa “collaborazione” ma anzi, dovevo solo ringraziarla per le tante volte che mi aveva tirato fuori dai guai. Molto spesso, durante le mie interrogazioni alla lavagna, grazie ai suoi suggerimenti ero riuscito a salvarmi per il rotto della cuffia. Noi tutti l’avevamo soprannominata “la nostra ultima speranza”. Marta era considerata il genio dell’intera scuola e non era per niente facile tenerle testa perché aveva almeno due lunghezze di vantaggio su tutti, sempre preparata su ogni argomento, anche quelli tradizionalmente più impegnativi.

Quella ragazza era la nostra fortuna, la nostra ancora di salvezza, sempre disponibile ad aiutare quelli che restavano indietro, soprattutto in quelle materie che molti di noi trovavano particolarmente difficili: il latino, la fisica e la matematica. Per la “nostra ultima speranza” quelle materie sembravano non avere più segreti ed era raro vederla commettere degli errori. Era accaduto sovente che, durante la lezione, correggesse il professore di turno, il quale non poteva fare altro che ammettere la “distrazione”, non senza mostrare un mal celato imbarazzo.

Adesso Marina era lì, davanti a me, e mi sentivo preso come da una strana eccitazione, mentre un fremito improvviso e tumultuoso mi colpiva ad ogni suo sorriso, ad ogni suo sguardo. Come sempre era incantevole e pareva sprigionare un mix di dolcezza e sincerità che le illuminava il viso; questo suo modo di fare mi apriva il cuore in due, come un apriscatole. Sentivo le pulsazioni andare a mille ma cercavo di mantenere una calma, almeno apparente; dopo aver raccolto tutte le mie anergie mentali cercai di comportarmi come un navigato attore che, giunto sul set, è pronto a dire la sua battuta. Quindi, distolsi lo sguardo dai suoi occhi e provai a balbettare: “Ciao Marina, come va questa mattina, immagino che avrai studiato tutto il giorno oppure ieri sera sei andata in giro a divertirti con le amiche?”. Mi veniva naturale farle quelle domande “trabocchetto” tanto era il desiderio di scoprire cosa avesse fatto il giorno prima, se avesse trascorso tutto il tempo sui libri di scuola o fosse uscita con qualcuno dei suoi amici.

Mi infastidiva questo mio sentimento di gelosia perché capivo di essere molto vulnerabile. Ma fu Marina che, inaspettatamente, venne in mio aiuto e rispondendo con tono deciso alle mie domande impertinenti, mi disse: “Purtroppo ieri sera niente divertimenti ne uscite, ma solo tanto studio con Marta perché oggi ci sono così tante interrogazioni che non avevo la testa per fare altro”. Aveva appena finito di concludere la sua frase che mi prese il panico — oddio le interrogazioni di italiano e latino — ma come avevo fatto a dimenticarle, come potevo stare seduto tranquillamente sul muretto e fare finta di niente. Marina notò subito il cambio di espressione sul mio viso, un misto di preoccupazione e rassegnazione, ma non riuscimmo a dirci altro perché arrivò la sua amica Marta a portarsela via, così come un falco cattura la sua preda. Provai a seguirle con lo sguardo ma presto si confusero tra la folla degli altri studenti.

Avevo sentimenti contrastanti, da un lato ero contento per le parole di Marina — era rimasta a casa tutto il giorno a studiare — ma adesso ero assalito dal pensiero delle interrogazioni ed era questo il problema più immediato. Bisognava inventarsi qualcosa e occorreva farlo in fretta perché ormai il suono della campanella si era fatto particolarmente acuto e insistente indicando, inesorabilmente, il “tutti dentro”. Era necessario escogitare un’idea vincente, magari realizzare uno scherzo particolarmente pesante, di quelli che, se scoperti, potevano procurarci delle note in condotta ma che avrebbero sicuramente ritardato lo svolgimento delle lezioni. Ecco, questa poteva essere la soluzione, avevo ancora tempo per coinvolgere qualcuno della mia classe che, come me, non aveva avuto voglia di studiare. Mi feci coraggio, in fondo si poteva ancora evitare il peggio quel lunedì mattina.

Purtroppo l’atrio della scuola si era già svuotato, così rapidamente che non ebbi il tempo di individuare nessun altro mio compagno. Avevo atteso troppo a lungo e così perduto l’unica occasione di salvezza. Quei pochi studenti che restavano fuori dal cancello, ancora indecisi se entrare oppure marinare la scuola, appartenevano ad altre classi e non servivano al mio scopo.

Cosa fare? Ormai immaginavo i miei compagni di classe già seduti nei loro banchi, con i libri appena aperti, tutti concentrati nel fare un ultimo ripasso prima dell’imminente interrogazione. Mi rassegnai alla sconfitta, feci un forte sospiro, come a voler sottolineare la mia impotenza di fronte a quella situazione e mi incamminai verso il centro città; ma ebbi il tempo di fare solo pochi passi perché, improvvisamente, udii il rombo di una moto in lontananza che si avvicinava rapidamente. Quello era un suono inconfondibile, che avrei riconosciuto tra mille — era il rumore assordante di una Vespa 50 con la marmitta truccata. Finalmente era arrivato anche il mio caro amico — era arrivato Massimo.

Da lontano potevo chiaramente distinguere la sua inconfondibile figura: aveva lunghi capelli neri da vero hippy inglese, gli occhiali da sole Ray-Ban e la classica sigaretta Marlboro tra i denti. Sì, era proprio lui e in un attimo scomparvero tutte le ansie e i dubbi che fino a quel momento mi avevano assalito, perché con lui in classe sarebbe stata tutta un’altra musica e la giornata prendeva una piega decisamente migliore.

Con Massimo eravamo diventati grandi amici fin dai primi giorni di scuola ed eravamo gli ideatori degli scherzi più divertenti e pericolosi fatti in quegli anni a scuola. Visti dall’esterno non potevamo essere due persone più diverse e sembravamo appartenere a due mondi troppo lontani e inconciliabili. Io ero completamente immerso nel mondo del calcio e facevo una vita da atleta, senza eccessi; Massimo, invece, viveva la sua vita a tutta velocità, a mille all’ora, con uno speciale menù fatto di sigarette, alcool, qualche droga leggera e tanta, ma proprio tanta musica. Non potevo negare che tutto questo mi provocava sentimenti contrastanti perché da un lato lo vedevo come disturbatore della mia tranquilla quotidianità, fatta di allenamenti al campo di calcio e poco altro, ma dall’altro desideravo essere come lui e lo ammiravo, quasi invidiavo, soprattutto perché ci sapeva fare con le donne. Anzi, era proprio in quelle rare occasioni in cui trascorrevamo le serate insieme che cercavo di osservarlo attentamente, tentando di rubargli tutti gli atteggiamenti e le frasi ad effetto che rivolgeva alle ragazze.

All’epoca venivo considerato come il classico “bravo ragazzo” ma, in fondo, nessuno conosceva la parte ribelle che era dentro di me. Probabilmente solo Massimo aveva intuito quest’aspetto nascosto del mio carattere, ma non fu solo per questo che diventammo dei “veri amici”. Purtroppo abitavamo in città diverse, a quasi dieci chilometri di distanza e questa lontananza fisica non ci permetteva di coltivare la nostra amicizia oltre le ore che trascorrevamo in classe. Più di tutto mi mancava non poterlo frequentare nei weekend, sapendo che in quei giorni era solito dare dei concerti musicali con la sua band, nel parco della sua villa. Mancare in quelle serate voleva dire rinunciare alle occasioni più propizie per fare amicizia con tante nuove e belle ragazze.

Comunque trascorrevamo insieme gran parte dei giorni della settimana e questo fu sufficiente a cementare la nostra amicizia, a darci reciproca fiducia, a fare in modo che insieme potessimo affrontare più serenamente il rigido rigore delle lezioni in classe. Oltre a ideare scherzi tremendi eravamo anche i soli che prendevano in giro il professore di turno, imitandone la voce e i tic, performance che spesso suscitavano l’ilarità dell’intera classe. Furono rare le volte in cui fummo scoperti e, in quei casi, ci appellavamo al buon cuore e alla magnanimità del preside Fusco che, in gioventù, era stato un buon amico di mio padre.

Nonostante il fatto che con Massimo mi cacciavo spesso nei guai, (anche se raramente fummo puniti con diverse giornate di sospensione), era evidente a tutti che stare con lui mi trasformava in un’altra persona, più coraggiosa e senza paura di rischiare. Massimo mi attraeva, inevitabilmente, come una calamita. Di lui mi colpiva tutto ma, in particolare, mi affascinava il suo andare sempre controcorrente, l’essere un anticonformista per eccellenza. Inutile dire che Massimo era l’istrione del gruppo, sempre con il sorriso, la battuta pronta, le mille idee originali nella testa. Per me era come un gigante e già allora, per sottolineare la mia ammirazione, spesso gli dicevo: “Massimo, tu un giorno diventerai un personaggio televisivo, un comico alla Valter Chiari, perché hai una comicità innata, sei un vero talento”. Aveva saputo costruire bene il suo personaggio, adattandolo a se stesso come un abito costoso tagliato su misura — e che abito! — il migliore, mi dicevo. Ma quelle erano le emozioni che provava un ragazzo di sedici anni, facilmente influenzabile, com’ero io a quel tempo.

Massimo parcheggiò la sua Vespa 50 all’interno del cortiletto della scuola, proprio in prossimità della finestra della nostra aula, in modo che, con una semplice occhiata, potesse tenerla sotto controllo da “mani indiscrete”. Si avvicinò a me, che nel frattempo ero rimasto fermo, immobile, a guardare la conclusione della sua sceneggiata e con il suo solito fare sicuro, quasi arrogante, mi disse: “Allora Robbè, cosa facciamo questa mattina?”.

Nel medesimo istante in cui concluse la frase mi prese per un braccio e, letteralmente, mi spinse ad attraversare il portone della scuola. Con pochi ma rapidi passi ci ritrovammo davanti alla porta aperta della nostra classe ed entrammo uno dietro l’altro; poi Massimo, con una mossa che sembrava studiata da tempo, diede un ultimo tiro alla sua Marlboro e dopo aver aperto la finestra, con un gesto semplice ma al tempo stesso provocatorio, fece schioccare le sue dita e l’allontanò da se’, oltre il piccolo prato.

Entrato in classe mi guardai intorno cercando di capire chi, tra i miei compagni, fosse il più preoccupato per l’imminente interrogazione, ma subito ebbi la strana sensazione che qualcosa fosse fuori posto. Diversamente da come avevo immaginato nessuno dei miei compagni era seduto al proprio banco e questo era un avvenimento alquanto insolito per un lunedì mattina.

Quello era uno strano comportamento che per me non aveva nessuna spiegazione logica, peraltro i volti sorridenti e quasi sollevati dei miei compagni infittivano ancor di più il mistero. Notai che in fondo all’aula, nella direzione opposta alla mia, si erano formati dei gruppetti dove i vari partecipanti confabulavano e gesticolavano in maniera concitata. Purtroppo il tono delle loro conversazioni era troppo basso perché riuscissi a capirne il senso, anche se alle mie orecchie giunsero distintamente alcune loro parole — professore, malattia, supplente.

Erano trascorsi già dieci minuti e la cattedra del professore continuava ad essere desolatamente vuota. Stentavo ancora a credere che il professore d’italiano, quella mattina, fosse assente; pensai ad un semplice ritardo, magari dovuto ad un guasto alla sua vecchia auto, una scassatissima e arrugginita Fiat 500, sempre convinto che, all’improvviso, sarebbe apparso all’interno dell’aula. Per tutti noi quella sua assenza sembrava quasi un miracolo perché raramente, in tutti quegli anni di liceo, aveva saltato una lezione. Era considerato lo stakanovista per eccellenza e, immancabilmente, ogni lunedì mattina lo trovavamo in classe, seduto in cattedra e con il registro già aperto. Ci terrorizzava con il suo modo di osservarci mentre, lentamente, prendevamo posto nei nostri stretti banchi. Dava l’impressione di un leone pronto ad azzannare le sue prede.

Peraltro, la sua tecnica d’insegnamento era alquanto inconsueta perché, quando non interrogava o spiegava una nuova lezione, ci “costringeva” a sorbirci la lettura di qualche singolare brano di latino, ai più completamente sconosciuto. Spesso ci guardavamo attoniti e cominciavamo a sfogliare rapidamente il nostro libro di testo in cerca di quella lettura, ma tutto era vano. Poi, come in un tumultuoso ma silenzioso passaparola, ognuno di noi faceva di “no” con la testa e tutti gli sguardi si concentravano su Marta. La “nostra ultima speranza” capiva le nostre perplessità e sempre con il sorriso sulle labbra, con tono gentile ma sottovoce, ci diceva: “non vi preoccupate, questo autore e questo brano non fanno parte del nostro programma di studi”. Mi chiedevo il senso di tale inutile spreco di energie, il perché di un comportamento così strano, surreale; sembrava quasi che volesse accanirsi contro di noi, con cattiveria, in una sorta di rivincita nei confronti della sua triste vita. Quello era il suo modo preferito per mettersi in mostra, confonderci le idee, destabilizzarci, toglierci tutte le nostre sicurezze, fatto apposta per incuterci timore, come se avesse paura di perdere il nostro “rispetto”.

Il “professor terribile” confermava in pieno il suo appellativo, soprattutto quando arrivava in classe con la “luna storta” e tirava fuori dal cassetto il tanto temuto registro di classe. Allora cominciava ad interrogare e nell’aula scendeva un silenzio assordante e potevamo osservarlo mentre, con il suo dito indice, scorreva lentamente i nomi di quella breve lista.

Comprensibilmente, per tutti noi erano attimi di panico perché sapevamo in anticipo come sarebbe andata a finire, con tanti tre scritti sul registro.

Solamente Marta riusciva a tenergli testa e ogni volta che veniva interrogata non potevamo fare a meno di provare ammirazione per quel suo atteggiamento di sfida, come se non avesse aspettato altro per tutta la settimana, felice di potersi finalmente confrontare con lui.

Con il tempo il nostro “professor terribile” aveva affinato la sua tecnica e ormai conosceva benissimo ognuno di noi e sapeva come fare per evitare tutti i nostri banali trucchetti per non essere interrogati. In quelle particolari circostanze anche la morte di una nonna o di un parente caro, magari avvenuta il giorno prima, non sarebbe comunque servita allo scopo, perché non era più considerata una valida giustificazione. Bisognava anche ammettere che, negli ultimi tre anni, pur di salvarci dalle sue interrogazioni, tutti noi avevamo abusato della “morte presunta” di qualche nostro parente tanto che, a contarli tutti, sarebbe stato come fare l’elenco della strage di S. Valentino. A volte anche il professore ci rideva su’ e, con il suo solito sarcasmo, diceva che se tutte le nostre giustificazioni fossero state vere “a quest’ora sareste già tutti orfani”.

Da qualche tempo il professor Baglio evitava di interrogare Marta avendo sperimentato negli anni che con lei bisognava andarci cauti, ben sapendo che avrebbe avuto pane per i suoi denti; con tutti gli altri si sentiva sicuro e perfettamente a suo agio e, spesso, si divertiva a prendere in giro quelli che, puntualmente, trovava impreparati alle interrogazioni. Naturalmente il mio nome e quello di Massimo erano tra i più gettonati e inseriti nella sua “lista nera” e, in quei casi, nemmeno i suggerimenti di Marta potevano salvarci.

All’inizio del primo anno di liceo avevamo scelto di sederci negli ultimi banchi perché li consideravamo posti strategici per poter realizzare, indisturbati, i nostri piccoli scherzi giornalieri. Purtroppo, quando ci capitava di essere interrogati dal posto, capivamo di essere svantaggiati rispetto agli altri perché eravamo seduti troppo distanti da Marta e dai suoi preziosi suggerimenti.

Solo in una rara occasione ebbi il coraggio di contestare il professore d’italiano e i suoi metodi d’insegnamento, che consideravo dittatoriali e poco ortodossi. Ricordavo ancora uno spiacevole episodio quando, nel goffo tentativo di salvarmi da una delle sue tante interrogazioni, affermai:” professore, la sua interrogazione a sorpresa non è stata preventivamente concordata con noi studenti, così come peraltro stabilito nel regolamento interno che, anche lei, ha contribuito a redigere e sottoscrivere”. Era la mia “prima arringa” d’imbelle futuro avvocato, ma era evidente a tutti che cercavo di arrampicarmi sugli specchi perché mi aveva colto, anche quella volta, impreparato. Nonostante il mio inutile discorso ebbi modo di capire che quel mio “tentativo di salvataggio” non gli dispiacque affatto e forse lo sorprese il mio coraggio, tanto raro in quella classe.

Ma il professor Baglio difficilmente tornava sui propri passi e non si fece certamente intimorire dalle belle parole di un cocciuto sedicenne. Dopo avermi ascoltato attentamente ed essersi aggiustato le stanghette degli occhiali, scarabocchiò un numero e una nota sul registro e quando ebbe finito di scrivere, con voce calma, mi disse: “Bravo, bel tentativo Russo ma, anche per oggi, ti meriti un bel tre e mezzo”. Dall’espressione del suo viso si capiva tutta la sua soddisfazione e nel suo modo contorto mi fece capire che, quel mezzo voto in più, era il suo apprezzamento per il mio tentativo, quasi come se mi avesse concesso un premio.

Per tutti gli altri miei compagni le cose non andarono certamente meglio e furono tutti, almeno una volta, colti in fallo (tranne Marta, naturalmente).

Tanta e tale era la “paura” per quel professore che nessuno, tranne il sottoscritto (ma solo in quella rara occasione), si azzardò mai a contestarlo o ad aprire bocca.

Tutto quel “terrore” per il professor Baglio aveva origini lontane, nasceva dal primo anno di liceo quando in aula eravamo ben trentadue alunni. A quei tempi, quando qualcuno arrivava in classe in ritardo, Massimo era solito scherzarci su e spesso, per sottolineare quell’inusuale affollamento, diceva: “vendiamo solo biglietti per posti in piedi”. Purtroppo, fin dal primo giorno di lezione capimmo che tirava una brutta aria e, quando vedemmo per la prima volta il professor Baglio entrare in classe, avemmo tutti la netta sensazione che si trattasse di un “tipo tosto”, uno dal quale avremmo fatto meglio a stare alla larga.

Il professor Baglio camminava con andatura decisa e con una perenne smorfia di arroganza stampata sul viso. Aveva le spalle larghe e la corporatura robusta, i capelli neri lisci con la nuca sempre ben rasata, spessi occhiali da vista e un’enorme borsa di pelle nera dove, come avremmo scoperto nel tempo, teneva a portata di mano tutti i suoi libri più amati. In quel primo anno di liceo fu il protagonista assoluto e l’autore principale di tutte le numerose bocciature della nostra classe, tanto da definirlo, ironicamente, come la “strage degli innocenti”. Per l’anno successivo restammo solo in quattordici.

A causa di questo continuo “tagliare teste” anche il Preside Fusco si trovò in difficoltà perché, secondo gli standard del Ministero dell’Istruzione dell’epoca, una classe non poteva essere composta da un numero di studenti inferiore a quindici. Noi tutti ci chiedevamo come avrebbe fatto il preside a risolvere quel “casino” e a trovare un alunno tanto pazzo o coraggioso, da trasferirsi nella nostra classe, la famigerata terza C, quella dove insegnava il professore più sadico di tutti i tempi. Ma con nostra grande sorpresa la soluzione fu trovata rapidamente. In aiuto del preside accorse un altro liceo della nostra provincia che accettò la richiesta di trasferimento di un suo alunno, un certo Paolino.

Con il tempo quella scelta si sarebbe rivelata estremamente vantaggiosa per tutti noi perché Paolino divenne un affidabile e prezioso compagno di classe e mai, in nessuna occasione, fece mancare il suo aiuto. Più di una volta salvò qualcuno di noi che era finito, volente o nolente, in qualche rissa.

Trascorremmo quel primo anno di scuola pieni di ansie e di paure, proprio a causa di quelle numerose bocciature e per nostra fortuna negli anni successivi tutto sembrò rientrare nella “normalità”. Nessuno di noi fu più terrorizzato da quelle “purghe staliniane” perché, ormai, conoscevamo il problema di fondo: la classe non poteva essere formata con meno di quindici studenti. Massimo, com’era nel suo carattere, continuava a scherzarci su anche per sdrammatizzare la grande paura dell’anno prima e, alla fine delle lezioni d’italiano, lo sentivamo spesso ripetere la sua solita frase: “attenzione, attenzione, non abbiate paura, perché con Baglio ne resterà vivo solamente uno”. Mentre pronunciava la sua frase ad effetto, puntualmente, rivolgeva il suo sguardo verso Marta.

Guardai l’orologio e mi accorsi che ormai erano trascorsi più di venti minuti dall’orario d’inizio della lezione ma del professor Baglio nessuna notizia.

Timidamente qualcuno di noi cercò di intercettare in corridoio qualche professore che era arrivato in ritardo alla sua lezione, ma nessuno seppe dirci nulla; neanche il bidello Gianni era stato di grande aiuto e alle nostre domande aveva risposto “spallucce”, come per sottolineare che anche per lui quella situazione non era affatto normale.

Intanto l’attesa diventava sempre più spasmodica e non sapevamo ancora cosa aspettarci.

Ero sempre convinto che, da un momento all’altro, avremmo visto il faccione del professor Baglio fare capolino dentro l’aula. Non restava che aspettare e vedere come sarebbe finita quella strana giornata.

Nell’attesa rivolsi la mia attenzione verso la prima fila, in direzione del banco centrale, quello di Marina. Finalmente potevo ammirarla avvolta nel suo jeans bianco che la strizzava al punto giusto e ne metteva in risalto tutte le sue forme perfette. Era uno spettacolo per i miei occhi perché potevo vederla di schiena, appoggiata in precario equilibrio sul suo banco, intenta a parlare con la sua amica del cuore Marta e le altre due ragazze del gruppo: Viola e Anna.

Speravo che sentisse il mio sguardo su di lei e che girasse lentamente la sua testa verso di me; anelavo di poter guardare i suoi bellissimi occhi chiari e desideravo un suo sorriso, di quelli dolci come il miele, come solo lei sapeva dare. Desideravo trasformarmi in un piccolo moscerino per posarmi sulla sua spalla e ascoltare la sua voce, i suoi commenti, per poterle stare vicino.

Qualche volta, quando ero assalito dalla noia di un’inutile lezione, mi distraevo osservando Marina. La guardavo mentre di nascosto tirava fuori dallo zaino il suo “famoso” diario rosa. Era una classica sedicenne di quegli anni “80 e scorrendo rapidamente quelle pagine la vedevo soffermarsi sulle foto dei Duran Duran, probabilmente ritagliate da qualche rivista di moda femminile. Quella pagina sembrava la più curata di tutto il diario, era ripiegata in quattro e Marina la sfogliava di tanto in tanto, nelle occasioni in cui, anche per lei, arrivava la noia. In quei momenti non era raro vedere il suo sguardo perdersi sulla foto di Simon Le Bon e, allora, diventavo tremendamente geloso.

Sulla copertina del diario Marina aveva disegnato un grande cuore, colorato di rosso solo per metà, con delle scritte a pennarello blu che non ero stato ancora in grado di decifrare. Ogni volta che cercavo di leggerle era come se lei potesse percepire il mio sguardo e, allora, velocemente chiudeva il suo diario che finiva, inesorabilmente, in fondo allo zaino. Desideravo con tutto me stesso sfogliare le pagine del suo diario, anche solo per un attimo, per capire se quel cuore rosso e quelle scritte in blu erano dedicate a me o a qualcun altro.

Purtroppo, quelle domande restarono senza una risposta.

In tutti quegli anni non ebbi mai la forza né il coraggio d’impossessarmi del diario; non ci provai nemmeno in tutte quelle numerose occasioni in cui Marina andava in bagno insieme con la sua amica Marta ed il diario restava incustodito per qualche minuto. Troppo più grande era la paura di essere scoperto in “flagranza di reato” e per nulla al mondo avrei potuto fare a meno della sua stima, del suo rispetto, del suo amore.

Mentre fantasticavo su Marina ed il suo diario all’improvviso sentii dei passi pesanti giungere dal corridoio e fare il suo ingresso in aula il preside Fusco; questi, senza tanti giri di parole, ci confermò che il professor Baglio aveva avuto gravi problemi personali e non sarebbe venuto alle lezioni per l’intera settimana. Concluse il suo breve discorso dicendo di non preoccuparci perché lo avrebbe sostituito lui stesso, compatibilmente con il tempo da dedicare alle sue funzioni amministrative.

Quella fu l’unica volta che lo vedemmo in aula.

Ora avevamo davanti a noi un’intera settimana di quasi assoluta libertà e dovevamo trovare il modo per renderla indimenticabile. Sempre quello stesso giorno avemmo un altro colpo di fortuna perché l’insegnante di francese ci informò dell’assenza anche del nostro vecchio professore di fisica e matematica, il professor Morello. La causa era dovuta all’aggravarsi delle sue condizioni di salute, tanto che ormai non riusciva neppure ad alzarsi dal letto. Probabilmente sarebbe mancato per tutto il resto dell’anno.

Quella non fu una notizia inaspettata e non ci colse di sorpresa; da tempo sapevamo che il professor Morello era malato e che veniva a scuola solo perché gli mancava quell’ultimo anno per andare in pensione. Il poverino, ogni mattina, faceva sacrifici e sforzi tremendi per alzarsi dal letto ma era solo grazie all’aiuto della figlia maggiore, che lo accompagnava in auto, che riusciva ad essere presente alle lezioni.

Qualcuno di noi era andato a trovarlo a casa scoprendo che aveva un’intera stanza piena zeppa di libri, dai titoli eloquenti, come buchi neri o quasar. Ma il professor Morello aveva una sua “particolarità” perché, nonostante il suo aspetto serioso, si occupava anche di argomenti molto meno scientifici e più vicini alla fantascienza. Infatti, su di un ripiano accanto alla sua libreria facevano bella mostra tanti libri che parlavano dei misteri sugli UFO e dell’incidente di Roswell in particolare. Spesso, durante lezioni, lo sentivamo commentare qualche notizia di stampa che parlava di nuovi avvistamenti ai quali faceva seguire, inderogabilmente, la sua solita domanda: “E voi, cosa ne pensate di questi fenomeni?”.

All’inizio queste sue domande ci sorprendevano e ci facevano pensare su come fosse possibile che, un professore del suo livello e della sua bravura, quasi uno scienziato, potesse farsi coinvolgere da quella “para scienza”, credere nell’esistenza degli ufo. Ma col tempo imparammo a sorriderci sopra.

Solo Maurizio cercava di rispondere seriamente a quelle domande, provando a dare una spiegazione convincente riguardo quei fenomeni, quei misteri del cosmo. Ma, puntualmente, tutti i suoi tentativi venivano interrotti e frustrati dall’intervento di Massimo. Questi ironizzava pesantemente sull’argomento tanto da suscitare quasi sempre l’ilarità della classe e tutto finiva per concludersi con una sonora risata. Il professor Morello non se la prendeva e, come se nulla fosse successo, riprendeva, imperturbabile, la sua lezione di matematica. Peraltro, proprio nei giorni di assenza del professor Morello avevamo realizzato gli scherzi più tremendi e dato sfogo a tutta la frustrazione di studenti pigri e svogliati.

Bene — pensai — con l’assenza contemporanea di Baglio e Morello quale occasione più propizia per realizzare un grande scherzo, magari proprio quello di cui si sarebbe parlato per giorni, per settimane, forse addirittura per anni. Fu sempre Massimo a prendere l’iniziativa e, cercando di coinvolgermi, mi disse:” Allora Robbè che facciamo? Cosa ci inventiamo questa volta?”.

Ero perplesso, non avevo alcuna buona idea da proporgli ne gli altri del gruppo seppero avanzare qualche proposta interessante. Un piccolo gruppetto si era formato vicino alla finestra, poco distante dal nostro e, inaspettatamente, da lì udimmo provenire il suono di una voce baritonale che diceva: “Massimo, cosa ne pensi se usiamo le foto delle riviste sexy che il bidello Gianni tiene nascoste nel ripostiglio, quello in fondo al corridoio?”.

Io e Massimo ci guardiamo sorpresi dal fatto che quell'eventualità provata da Maurizio, un tipo che, normalmente, preferiva farsi “gli affari suoi”. Era il classico “bulletto arrogante figlio di papà” che, purtroppo, sedeva nel banco accanto al mio. Aveva i capelli rossi e una muscolatura possente, allenati in anni di duri esercizi in palestra. Crediamo che il bello della scuola, senza esserlo obiettivamente, anche se dai commenti di qualche nostra compagna lo si possa definire “un tipo interessante”. Alla sua età era più alto della media, circa un metro e ottanta e guardava tutti noi sempre con un tono di sfida, come quei bulletti di strada che ti guardano maschio per provocare la tua reazione. Sempre pronto a menar le mani in ogni occasione, aveva partecipato a quasi tutte le risse che in quegli anni erano scoppiate a scuola.

Sembrava un tipo interessato solo a fare una botte, come se da quel “menare” gli altri ed essere menato ne traesse un sadico piacere; infatti, raramente tornò a casa senza qualche livido o mezzo sanguinante. Aveva la fama di "attaccabrighe" e molto spesso il padre era necessario intervenire in una scuola per risolvere tutte quelle "situazioni incresciose" in cui il figlio ribelle si era andato a cacciare.

Il padre di Maurizio era un noto politico regionale che, in quegli anni, aspirava a raggiungere posti più importanti e prestigiosi, come la carica di deputato nel Parlamento nazionale. Era il tempo in cui dominava la Democrazia Cristiana e, farne parte, significava ricevere la possibilità di entrare nel gotha della politica. Godeva di amicizie e appoggi importanti, non solo tra i politici ma anche tra gli alti prelati della Chiesa cattolica e il figlio Maurizio aveva sempre approfittato di questo suo “status” di figlio di persona importante.

Né io né Massimo sopportavamo questo suo avviso di supponenza e per questo lo abbiamo escluso dal nostro ristretto gruppo di amici; anzi, Massimo lo odiava visceralmente e lo considera totalmente "inaffidabile" tanto che, fino a quel momento, non lo aveva mai coinvolto in nessuno dei nostri scherzi a scuola. Adesso viene in nostro soccorso con la sua “brillante idea”, come se volesse vendicarsi di tutti quegli anni in cui era stato messo da parte.

Maurizio si avvicina al nostro gruppo e con tono minaccioso ci disse: “E” chiaro che possiamo usare la mia idea da solo un patto che io sia il protagonista principale dello scherzo, diversamente vi pesto tutti a sangue ”. Nonostante qualche nostro timido tentativo di protesta non ci fu verso di fargli cambiare idea e, rassegnati, dovmmo promettergli che sarebbe stato l'esecutore dello scherzo ma solo a condizione che Paolino fosse scelto come suo complice.

Maurizio accetta il compromesso e tutti noi siamo impegnati nella pianificazione dello scherzo ben consapevole che, se non fosse riuscito, ci saremmo trovati in guai molto seri. In caso di disastro rischiavamo di esserei espulsi dalla scuola o, nella migliore delle ipotesi, sospesi con un cattivo voto in condotta.

Il rischio di fallire era grande ma nessuno nel gruppo volle tirarsi indietro. Fu quella scelta volta che vidi stampato sul volto di Massimo la richiesta per la buona riuscita di uno scherzo. Si capiva che aveva dei dubbi e, per manifestargli anche le mie perplessità, gli sussurrai in un orecchio: "Ma ne vale la pena realizzare lo scherzo e assumersi tutto questo rischio?". Massimo si voltò verso di me con un'espressione poco convinta ma, come per darsi coraggio, ricevuto: “Robbè se questo scherzo avrà successo entrerà negli annali della nostra scuola, per me il rischio è accettabile”.

Quando il piano finalmente fu pronto chiamammo Paolino in disparte per confidargli che facevamo tutti affidamento sulla sua serietà e capacità, e di tenere sempre d'occhio Maurizio di cui non ci fidiamo affatto.

Paolino, nonostante il nome che, inopinatamente, gli abbiamo affibbiato i suoi genitori, un sedici anni era già un omone alto più di due metri, grande come due ante di un armadio e pesante più di un quintale. Era lento nelle sue movenze, ma quando sei arrivato vicino sembrava come un "Tir impazzito".

Tutti noi amavamo Paolino e quelli che non lo amavano, giustamente, lo temevano. Ripensando a lui, al suo carattere e alla sua talpa, non potevo fare meno di paragonarlo al personaggio del film “Il miglio verde”, all'omone di colore che sacrifica la sua vita pur di salvare quella degli altri.

Con il tempo Paolino era diventato un elemento molto importante del nostro gruppo, aveva un viso dall'aspetto pacioso e rubicondo, ma erano guai seri se si arrabbiava. A scuola, durante le nostre frequenti conversazioni, amava sentirsi definito “un serio musicista” perché studiava le note musicali fin da piccolo e adesso suonava il trombone nella banda musicale del suo piccolo paese di montagna. Qui abitava con i suoi genitori e la sorella più piccola. In pratica, è già un professionista della musica ed era questo tipo di lavoro a cui aspirava dopo il diploma. Al secondo anno di liceo non correva buon sangue tra lui e Massimo perché erano gli unici musicisti del gruppo e sembravano perennemente in competizione.

Fu solo al primo scherzo realizzato insieme che tra i due spari quella stupida incomprensione e questa, col tempo, si trasforma in grande rispetto e stima, anche se non si considera mai come dei “veri e propri amici”.

Paolino, per arrivare a scuola, doveva alzarsi ogni giorno alle cinque di mattina e prendere in tempo la corriera per percorrere i trenta chilometri che separano dal liceo. Non aveva altra possibilità perché, al suo paese, di corriere ne partiva solo una al giorno e, con quella stessa corriera, aveva dovuto fare ritorno a casa. Doveva fare molto attenzione agli orari e non sbarrare nemmeno di un minuto perché, in caso di ritardo, non poteva esserci altra possibilità che chiama il padre per farsi venire a scuola.

Questo imprevisto capitò raramente.

Invece, capitò molto spesso di dover ricorrere al suo aiuto soprattutto quando venivamo sfidati una tariffa a botte dai ragazzi più grandi. Con Paolino al nostro fianco nessuno di noi aveva paura ed anche a quelle “teste calde”, dopo averlo visto all'opera, passò la voglia di provocarci. I nostri guai inizianovano solo quando, singolarmente, eravamo convocati in un rapporto nella stanza del presidente Fusco. Questi si trovano in un'ala adiacente alla nostra, ma per raggiungerlo dovremmo attraversare un lungo corridoio che dalla nostra sezione C raggiungeva gli uffici dell'amministrazione. In quel caso era consigliabile affrettare il passo, soprattutto giunti in prossimità dei bagni, quasi sempre presidiati da quegli scansafatiche della sezione A.

La convocazione dal preside Fusco era quasi sempre fonte di preoccupazioni per tutti noi, non tanto perché temevamo le sue cause sfuriate ma perché ci creava un certo disagio dover attraversare per ben due volte, andata e ritorno, quel lungo cordeo cordeo qualche imboscata. Odiavamo e temevamo, in particolare, gli studenti della sezione A perché si consideravano “l'élite” dell'intera scuola. Erano quasi tutti arroganti e prepotenti e cercavano sempre di litigare con chiunque gli capitasse a tiro. Quand'erano in gruppo diventeranno veramente aggressivi e qualche volta sicuramente osato sfidare finanche Paolino. Solo Maurizio, che l'arroganza la mangiava a colazione, si sentiva a suo agio con quei tipacci della sezione A e all'uscita da scuola, spesso, si divertiva a provocarli ea farci a botte, in una sorta di “uno contro tutti” .

Raramente qualcuno interviene per tentare di far pagare, magari qualche genitore è venuto a prendere il figlio all'uscita della scuola, ma il più delle volte è solo assistere dal preside Fusco, autoritario e risolutivo, riusciva a far cessare quelle ris Calma.

Maurizio di attenersi scrupolosamente alle nostre istruzioni, altrimenti saremmo stati tutti scoperti e con le prevedibili nefaste conseguenze.

Quindi procedemmo con molta cautela.

Prima ci dirigemmo verso lo stanzino del bidello Gianni che trovammo fortunatamente aperto, poi ci impossessammo di un paio di riviste di sesso di Playboy – quelle con il paginone centrale – e velocemente uscimmo dalla stanza, cercando di nell’ocrech

Aspettammo il momento più propizio per agire.

Dopo aver controllato che il corridoio fosse completamente libero demmo il segnale convenuto e lo scherzo ebbe inizio. Maurizio e Paolino, nel frattempo, scelto il giornale più sesso e da usare, quello dove compariva, completamente nuda, la coniglietta del mese di agosto.

Con molta fatica sollevammo Maurizio direttamente sulle spalle di Paolino, consegnando il giornale sesso ei due si avviarono, con andatura incerta, fino alla porta della seconda C. Come previsto Maurizio riuscì a mettere il giornale, impaginazione completa finestrella che sovrastava la porta di entrata dell'aula e, dopo pochi istanti, dall'intero della seconda C, sentimmo ridere e sghignazzare. Il tono delle risate andava sempre più in crescendo e potemmo anche distinguere alcuni commenti da divertito apprezzamento per le forme della modella. Per noi lo scherzo era perfettamente riuscito e quindi dovevamo solo velocemente rientrare nella nostra classe, nascondere la rivista del sesso e fare finta di niente.

Purtroppo, Maurizio non fu dello stesso avviso e, come abbiamo tanto temuto, cercò di improvvisare. Con un movimento improvviso e senza avvertimento Paolino prova a sbirciare dalla finestrella, curioso di vedere il volto e le espressioni di tutte quelle risate. Quella mossa, brusca e repentina, lo fece barcollare in avanti tanto che Paolino, per reggerne il peso e non perdere l'equilibrio, si appoggiò inavvertitamente sulla maniglia della porta che, di scatto, si aprì. I nostri due compagni caddero violentemente a terra, con un tono da ricordare una scossa di terremoto del quarto grado.

Indimenticabile fu l'espressione di stupore e l'incredulità stampata sul volto della professoressa di francese che, ora, osservava distintamente Paolino e Maurizio a terra, con la rivista sex e ancora tra le mani. Fino a quel momento non è stato accorta di nulla e non è capacità del perché di tanto trambusto nella sua aula.

Solo adesso, finalmente, aveva capito !!

I due “poveretti” furono condotti immediatamente in presidenza per chiarire quell'increscioso episodio e, dopo alcuni giorni, anche io e Massimo fummo convocati davanti al presidente Fusco. Evidentemente qualcuno aveva parlato e tutti gli autori di quello scherzo furono individuati e messi all'indice. I primi sospetti sul presunto delatore ricadderomediatamente su Maurizio, ma non ne ho mai provato.

Nei giorni seguenti, a causa di quella stupida bravata, la nostra situazione a scuola è diventata seria e imbarazzante e fu solo grazie all'intervento dei nostri genitori che fummo salvati da una probabile espulsione di gruppo. In ogni caso, non riuscimmo a evitare una nota in condotta e cinque giorni di sospensione dalle lezioni. Nonostante tutti gli imprevisti potemmo dirci soddisfatti per il successo dello scherzo, perché se ne parlò una scuola per diverso tempo.

Da quel giorno Maurizio fu definitivamente estromesso dal nostro gruppo.

CAPITOLO TERZO –

IL CONCERTO IN VILLA

All'inizio dei primi anni '80 Massimo aveva creato il suo primo gruppo musicale: “The Ira Band”, che traeva l'ispirazione dalle nuove band musicali inglesi, che in quel periodo completarono i primi passi nel mercato discografico. In quella band Massimo aveva il ruolo di leader e di front man e si divertiva a suonare il basso e la chitarra. Dopo qualche tempo e numerosi concerti fatti in giro per i paesi di provincia, grazie soprattutto alla partecipazione a feste e sagre, raggiunsero una discreta notorietà a livello locale.

Ebbiamo quest'improvviso e per molti versi inaspettato “colpo di fortuna” grazie al passaparola di chi aveva assistito alle loro prestazioni, sulla falsa riga di quello che oggi accade con i social network. Durante i loro concerti si divertirà a suonare la cover della band rock straniere, in particolare apprezzavano i nuovi gruppi inglesi emergenti come: The Smiths, Cure ei Depeche Mode. Di solito, giunti a metà della loro esibizione, Massimo suonava anche uno o due brani originali che si era divertito a scrivere a scuola, tra una lezione e l'altra. Pensava che, in questo modo, abbiamo avuto la possibilità di poter verificare il bontà delle sue composizioni davanti ad un pubblico molto eterogeneo.

Solitamente le critiche più feroci provate proprio dal ristretto gruppo dei suoi amici che cercano di non perdersi nemmeno un loro concerto. Questi, in fatto di musica, erano molto esigenti, soprattutto quando c'era da ascoltare un nuovo gruppo con un suono originale. Quelle critiche, con il tempo, si rivelarono giuste e fondate, perché nessuna delle loro canzoni ebbe notorietà e successo.

Tutti desideravano partecipare a quelle serate di musica all'aperto perché era frequentato da ragazze molto carine ed era molto facile farsi delle nuove amicizie.

A volte Massimo decideva di dare qualche concerto da solo per gli amici più intimi e, in quei casi, metteva una disposizione di tutti il grande giardino della sua villa, dove abitava con i genitori e il fratello più grande: Giorgio.

Com'era facilmente prevedibile, la portabilità di un altro amico e alla fine ci si ritrovava stretti come sardine a un evento che, inizialmente concepito come "privato", si trasforma in un avvenimento aperto al pubblico. Naturalmente tutto questo era possibile da solo quando i genitori di Massimo erano assenti, magari perché in crociera in giro per il mondo, comodamente sdraiati, a prendere il sole in qualche angolo di paradiso.

La famiglia di Massimo era “benestante” e il padre aveva fatto fortuna con la compravendita d'immobili e terreni agricoli poi trasformati, “magicamente”, in terreni edificabili. Era la geometria del Comune e, all'epoca, si vociferava che avrebbe stretto amicizie influenti con il potenziale del luogo con lo quali scambiava importanti favori, soprattutto nelle occasioni in cui si trattava di approvare variazioni al piano controllato.

Non diedi mai peso a quelle illazioni che consideri solo pettegolezzi di paese.

Anche Giorgio, il fratello maggiore di Massimo, ha partecipato a un concerto in villa, dando una mano con l'aiuto e la sicurezza. Era diventato maggiorenne da poco più di un anno e aveva soggiornato per qualche tempo a Londra con la fortuna di partecipare a diversi concerti dal vivo tenuto proprio da quei gruppi musicali inglesi, come the The Smiths, che Massimo amava tanto. Il sedicenne Massimo era affascinato, quasi ipnotizzato, dalle storie raccontate dal fratello Giorgio. Ossessivamente gli chiedeva di parlargli di quei concerti, di rivelargli ogni più piccolo particolare: dal tipo di chitarra usata, all'abbigliamento, agli arrangiamenti.

La parola d'ordine di Massimo, per tutti gli amici invitati in villa, era di portare i cosiddetti “beni di conforto” che ognuno di noi avrebbe acquistato in base alle proprie possibilità economiche. Generalmente si compravano birre, alcolici e sigarette e, in caso di necessità, la richiesta di Massimo era molto precisa perché ci chiedeva di comprare solo quelle a marca Marlboro o Kamel, anche se poi non andava troppo per il sottile e al concerto fumava tutto, anche gli spinelli.

Purtroppo, raramente partecipa a questi “eventi speciali in villa” perché Massimo vive in un'altra città, distante circa sei chilometri da casa mia. Ora quella distanza mi sembrava così ridicola ma, a sedici anni, per me era come andare dall'altra parte del mondo. Non avevo un mezzo di trasporto personale, una moto o un motorino che fosse, e non potevo certamente chiedere a mio padre di accompagnarmi un concerto rock. Anzi, solo l'idea di chiederglielo ha fatto venire i brividi senza contare che, quella mia insolita richiesta, ha sicuramente insospettito quel detective di mia madre.

Già immaginavo le sue mille domande: “Dove devi andare questa sera?”, “Chi sono i tuoi amici?”, “A che ora pensi di tornare a casa?”.

Sicuramente avrei ricevuto un netto rifiuto e poi ero stanco di sentirla

Quella era una strada sicuramente da non percorrere, per cui non restava altro da fare che affidarsi all'ingegno e alla fantasia.

Era uno di qui casi disperati per cui, di solito, l'aiutova mia nonna Magda che, fortunatamente, abitava nella stessa città di Massimo, in pieno centro. Mia nonna era un'arzilla vecchietta di ottanta anni, di chiare origini tedesche, perché la sua famiglia aveva un nome famoso e altisonante: Richthofen. Era una lontana cugina dell'aviatore Manfred von Richthofen, un eroe tedesco della prima guerra mondiale, soprannominato “il Barone rosso”.

Anche la sua storia era degna di un romanzo: appena ventenne, subito dopo la fine della guerra, era venuta in Italia, con i suoi genitori, per una vacanza al mare. Qui aveva conosciuto il mio nonno, il suo futuro marito, che all'epoca aveva il cameriere nel ristorante più famoso della città, “Il Panorama”, gestito dal padre. Fu amore a prima vista e dal giorno non è più necessario fino a prematura scomparsa di mio nonno Oreste, una causa di un tumore ai polmoni.

Di solito andavo a trovarla quando ero libero da impegni sportivi e, a volte, nei fine settimana, mi fermavo da lei a dormire. Abitava da sempre in quel piccolo appartamento di due stanze, che aveva ereditato dal nonno, e non volle mai fare ritorno in Germania, neanche alla morte dei suoi genitori.

Quando restavo da lei a dormire mi divertivo ad ascoltare e perdono nei suoi racconti, nelle sue avventure. In gioventù aveva dovuto superare molti ostali e affrontare molte avventure per coronare il suo sogno d'amore.

Ovviamente la sua famiglia, ricca e borghese, è stata sempre opposta a quella sua “relazione anomala” con un povero ragazzo del sud e cercarono, con ogni mezzo, di impedenza di raggiungere l'hotel per rivedere miono. Fu solo la caparbietà di mia nonna Magda e il coraggio di mia nonno Oreste, supportato in questo caso dall'appoggio di tutta la sua famiglia italiana, che fu possibile organizzare rapidamente il matrimonio e mettere davanti al fatto compiuto dai genitori di Magda Questi non perdonarono mai la figlia perché consideravano il suo comportamento come un atto di ribellione, un tradimento, e la diseredarono dal patrimonio familiare.

I miei nonni furono comunque felici di rinunciare a soldi e proprietà, proprio per dimostrare a tutti che il loro era un vero amore.

La nonna era la soluzione perfetta per poter partecipare al concerto in villa; adesso potevo dire ai miei genitori che, quel sabato, sarei rimasto a dormire da Magda e il gioco era fatto. Tutto filò liscio e mio padre è disponibile subito ad accompagnarmi in macchina. Quando giungemmo a casa di Magda e fummo finalmente soli le confessai presto che quella sera ci sarebbe stata una grande festa a casa di Massimo, il mio amico e compagno di scuola, che avrei fatto molto tardi e, probabilmente, sarei a rimast.

Mia nonna Magda non ebbe nulla da ridire, conosceva il massimo da tempo e sapeva che poteva fidarsi del suo nipote preferito. Per altro, si diverte ad essere il complice delle mie “bravate” ogni qualvolta può fare un dispetto alla sua unica figlia, ovvero: mia madre.

Le due donne non erano mai andate d'accordo perché troppo diverse, nel carattere e nel modo di concepire la vita: conservatrice e bigotta mia madre Maria, avventurosa e liberale mia nonna Magda. Erano due mondi così lontani che si riavvicinarono da solo alla morte di mia nonna quando, sul letto di morte, chiese perdono a mia madre per tutti i piccoli contrasti che, adesso, le apparivano così futili. Dentro di me era ancora indelebile l'immagine di Magda che, tenendo stretta la mano di mia madre, le disse: “Figlia mia, ti ho sempre amato, ti amo tanto e ti amerò per sempre. Perdonami, se puoi. "

Queste furono le sue ultime parole prima di morire.

La perdita di mia nonna Magda fu una tragedia per tutti noi e per me, in particolare. Questo evento luttuoso ha segnato inevitabilmente tutta la mia vita, non solo perché persi una complice e una vera amica, ma perché con la sua scomparsa è nata una mancanza di un punto di riferimento importante.

Comunque, con quel sotterfugio e l'aiuto di mia nonna Magda, quella sera riuscii a partecipare al concerto in villa. Il venerdì mattina mi accordai a scuola con Massimo e fissammo l'ora esatta in cui sarebbe venuto a prendermi. Il mio completo più alla moda: jeans blu, polo bianca e giacca di lino blu. Per essere sicuro di arrivare puntuale attesi Massimo sotto il portone di mia nonna e con soli dieci minuti di ritardo Massimo si presenta con la sua rombante Vespa 50. Era un ritardo accettabile considerato le sue abitudini. Ci salutammo con un sorriso e il montai rapidamente in sella mentre Massimo si diresse, tutto gas, verso la villa.

Era una tiepida sera di primavera, con un cielo notturno così terso e lindo che si può distinguere, nella volta celeste, miliardi di piccoli puntini luminosi. Per tutto il tragitto rimasi con il naso all'insù, estasiato a osservare quel magnifico spettacolo.

Arrivati nei pressi della villa ci accorgemmo subito che qualcosa non andava e da lontano vedemmo Giorgio, il fratello di Massimo, che ci incontrò urlando. Sembrava molto turbato e non fu difficile capirne il motivo. Quando ci raggiunse aggredì verbalmente Massimo e, con il dito indice puntato a pochi centimetri dal viso, gli disse: “Questa ultima volta che organizzi un concerto in villa ed è sicuramente l'ultima volta che ti dò una mano”. Giorgio aveva ragione ad essere arrabbiato perché, giunti al cancello, trovammo il caos più totale: un'enorme massa di persone, macchine e moto, si accava sul lungo viale che dava l'accesso alla villa.

Sembrava come un lungo serpente impazzito.

La situazione stava per sfuggire al controllo di Giorgio e anche noi avemmo difficoltà a farci largo tra quella folla che, ormai, presidiava ogni angolo del giardino. In quella grande confusione potei facilmente distinguere i più “furbi” che, con le buone o le cattive, cercavano di occupare i posti migliori.

Massimo riuscì a salire sul palco e, dopo aver acceso il microfono, avvertendo tutti i presenti che quel concerto sarebbe tenuto solo se fosse stato possibile riportare un po 'di calma e di ordine. In effetti, bisognava fare di tutto per evitare lo scoppio di qualche rissa che, in quello “spingi spingi generale”, diventando sempre più più probabili. Finalmente, anche Giorgio riuscì a chiudere il cancello principale e così impedire che potessero entrare ancora altre persone. Purtroppo, come di consueto accade in questi casi, molti dei nostri amici rimasero fuori dalla villa e non ebbero che due possibilità: ascoltare il concerto da lontano oppure ritornarsene a casa. Qualcuno più fortunato furiconosciuto da Giorgio e fatto passare dall'ingresso principale, tra le proteste e l'urla di tutti gli altri che continuano a restare fuori.

L'annuncio ha deciso di Massimo aveva ordinato di sperare e tutta quella massa di persone è sembrato improvvisamente calmarsi. Non mancavano gli “spiriti bollenti” ma eravamo all'inizio della serata e la gradazione alcolica ancora su livelli accettabili.

Eravamo consapevoli di tutto ciò che resta ancora maschile, basta una piccola scintilla per accendere qualche rissa, dalle conseguenze difficilmente prevedibili. Questa era per me fonte di grande attenzione e cerca di restare vicino a Massimo, sistemandomi dietro al palco. Era il posto migliore dove poter godere in santa pace il concerto e restare lontano da tutta quella calca. Con lo sguardo cerca di riconoscere qualche volto familiare e, inaspettatamente, poco lontano da me, vidi il viso di Marina. Era proprio lei - mi dissi - non potevo sbagliare, era girata di profilo, ma dai lunghi capelli biondi alle forme del suo corpo, tutto combaciava alla perfezione.

Ero sorpreso e assalito da atroci dubbi.

Chi aveva portato al concerto Marina? Possibile che fosse lì da sola?

Erano queste domande che prepotentemente si facevano strada nella mia mente e da quel momento tutto sembrò svanire - Massimo, il concerto, la folla. I miei pensieri erano solo per lei, con il cuore che correva all'impazzata.

Era lei la donna che amavo, da così tanto tempo che non avevo notato o mostrato interesse per nessun altro; era il pensiero fisso che mi accompagnava e tormentava da anni.

Una turbina di pensieri mi frullava in testa e all'improvviso i nostri sguardi s'incrociarono. La mia pressione salì rapidamente, la testa cominciò a girare freneticamente ed ebbi la sensazione venire di essere salito su una giostra impazzita. Cerca di calmarmi per paura che è venirmi un infarto, anche se capivo di essere troppo giovane per quello.

Anche Marina mi aveva riconosciuto e, dopo avermi fatto un cenno di saluto con la mano, si diresse verso di me. Adesso ci separeremo solo pochi metri e contai ogni suo passo, cercando di prendere tempo e di pensare a una frase simpatica da dire, una battuta brillante. Fu tutto inutile. Quando arrivò uno stretto tiro di sguardo dalla mia bocca uscì solo un semplice: "Ciao Marina, come stai, anche tu qui al concerto di Massimo?". Non avrei potuto pronunciare una frase più banale e sentivo un calore fortissimo assalirmi in viso. Era la prima volta che incontravo fuori dal solito contesto, era la prima volta che potevamo essere soli, anche se in mezzo a tutta quella folla.

Marina era lì davanti a me, in piedi, che mi sorrideva dolcemente e allora fui pervaso da una strana sensazione di euforia, come se fosse intuissi da quella serata sarebbe stata diversa, forse la più fortunata della mia vita. Stavo vivendo una scena che nemmeno nei miei sogni più reconditi avevo potuto immaginare.

Come al solito fu lei a trarmi dall'imbarazzo e dall'incertezza, dicendomi che era stata invitata personalmente da Massimo. L'aveva accompagnata suo fratello Pietro, un fan della nuova musica rock inglese e per lei era stato un gioco da ragazzi farsi portare alla villa. L'accordo con il fratello era molto semplice: erano arrivati insieme ma poi ognuno era libero di cercarsi il posto che preferiva. Il fratello Pietro le aveva imposto, come unica condizione, quello di ritrovarsi a mezzanotte in un punto prestabilito della villa.

Così come nella favola di Cenerentola avevo tempo fino a mezzanotte per conquistare il cuore della mia bella principessa. Erano anni che cercavo, disperatamente, di farmi notare da lei, ma sempre con risultati deludenti; alla fine mero quasi arreso, rassegnato, immaginando che Marina preferisse ragazzi dallo stile meno classico del mio. Da sempre pensavo che, forse, Massimo potesse essere il suo tipo ideale: il ragazzo più ribelle e anticonformista della scuola. Qualche volta ero rimasto sveglio tutta la notte a fantasticare su come sarebbe stata la nostra vita di coppia insieme e adesso Marina era lì con me.

Il concerto ebbe inizio e fu subito un mescolarsi di urla, applausi e anche qualche fischio di "incoraggiamento", com'era nello stile inglese. Il volume della musica è reso più assordante tanto che, né io né né Marina, riuscimmo più percepire e capire il senso delle nostre parole, delle nostre frasi. Decidemmo che fosse stato più saggio smettere di parlare e limitarci ad ascoltare semplicemente la musica.

Eravamo in un posto privilegiato, proprio dietro al palco e da quella posizione potevamo distinguere perfettamente la fisionomia di Massimo e quella dei membri della sua band. Potremmo notare anche Giorgio che, con l'aiuto dei suoi corpulenti amici, cercava di fare un minimo di servizio d'ordine. Erano tutti impegnati e sudati mentre, con forza, cercavano di respirare un po 'più indietro quella massa selvaggia che si andava accalcando sempre più vicino al palco.

Quella sera Massimo diede il meglio di sé, come se fosse stato galvanizzato da tutto quell’inaspettato pubblico e tutte le canzoni furono eseguite perfettamente, una dopo l’altra. La musica era assordante e restai come imbambolato alla presenza di Marina. Intanto il tempo passava inesorabile, mezzanotte si avvicinava, e ancora non avevo elaborato una strategia, un’idea, che mi permettesse di portarla lontana da quel frastuono e confessarle, finalmente, tutto il mio amore.

Ma l’occasione che stavo aspettando si presentò presto.

A metà concerto Massimo prese il microfono e annunciò a tutti una sorpresa.

Quella sera, invece dei loro pezzi “originali”, avrebbero suonato la cover di un brano già famoso: “Baby come back”, dei Player. Si trattava di un gruppo californiano che nel 1977, con questa canzone, aveva raggiunto i vertici delle classifiche mondiali. La particolarità di questo gruppo era dovuta alla presenza di Ron Moss (al basso) che, negli anni a venire, sarebbe diventato famoso come Ridge, il protagonista maschile della soap opera Beautiful.

Sulle note di quella canzone romantica e melodica decisi che fosse giunto il momento di agire e tentai, timidamente, di prendere la mano di Marina e di stringerla nella mia. Era una mossa azzardata ma quella sera dovevo tentare il tutto per tutto. Ero stanco di aspettare e dalla reazione di Marina avrei capito se le mie speranze erano solo un’illusione.

Prima di agire pensai di procurarmi la giusta dose d’incoscienza e di coraggio; avevo bisogno di abbassare i miei freni inibitori. Era arrivato il momento di bere qualcosa di alcolico. Presi lo zaino che tenevo appoggiato a terra, davanti ai miei piedi e dall’interno afferrai una lattina di birra; la aprii e velocemente diedi dei profondi sorsi fin quasi a finirla tutta. Marina non si accorse di nulla o, almeno, fece finta di non accorgersene e, per questo, evitai di offrirgliela, tirando un sospiro di sollievo.

Non era abituato a bere alcolici e la birra fece immediatamente effetto, donandomi quel senso di euforia che stavo cercando. Adesso mi sentivo pronto e con fare deciso, provando a non tremare, presi la mano di Marina e la strinsi nella mia. Ero preparato a tutto e attesi la sua reazione. Marina non lasciò la mia mano e, senza distogliere lo sguardo dal palco, si limitò a sorridere, come divertita da quel mio inaspettato gesto.

Quel suo atteggiamento mi diede una forte carica di adrenalina e sembrava come se, in tutti quegli anni, lei non avesse aspettato altro. Mi sentivo al settimo cielo, come l’unico vincitore della lotteria di capodanno.

“Bravo, abbiamo fatto il primo passo” pensai, complimentandomi con me stesso, “ma adesso come faccio per baciarla?”.

Quello era il vero obiettivo della serata: dovevo darle un bacio, con tutta la passione possibile, un bacio alla “francese” per intenderci perché non mi sarei accontentato di un semplice bacio sulle labbra. Dovevo fare in fretta perché tutto doveva compiersi entro mezzanotte!

Ripresi coraggio e provai a voltarmi verso di lei, tentando un timido sorriso; poi, con fare sicuro, mi avvicinai delicatamente al suo orecchio e le sussurrai: “Marina ti andrebbe di allontanarci da questo casino? Ho tante cose da dirti”.

Lei mi strinse forte la mano e mi rispose semplicemente: “Ok, andiamo, anch’io devo parlarti di cose importanti”. Ci allontanammo tenendoci per mano e, senza parlare, ci fermammo dove ormai le urla della folla non potevano raggiungerci e la musica era meno assordante.

Alla fine ci sedemmo su di un piccolo dondolo, che trovammo vicino al garage della villa, e fu solo in quel momento che potemmo parlare in tutta tranquillità, senza che nessuno potesse disturbarci. Tra di noi si era creata un’atmosfera quasi magica ed io mi sentivo perfettamente a mio agio con lei. Sembrava assurdo ma sentivo come se Marina fosse stata, da sempre, la mia ragazza. Se in quel momento qualcuno ci avesse osservato da lontano, mentre camminavamo mano nella mano, avrebbe sicuramente pensato che eravamo due felici innamorati. Poteva pensare che quella scena fosse per noi un’abitudine quotidiana mentre per noi era solo “la prima volta”.

Ormai era seduto accanto a lei, mi feci coraggio cercando di trovare le giuste parole e le raccontai tutto. Quella sera fu per me come una liberazione.

Le dissi che ero innamorato di lei fin dal primo anno di liceo ma che, per timidezza, avevo sempre rimandato al giorno dopo il momento della “confessione”. Purtroppo gli anni passavano velocemente e per me diventava sempre più difficile poterle stare accanto solo come semplice amico. Quella sera era giunto il momento di attraversare la linea di confine che separava l’amicizia dall’amore. Quando ebbi finito attesi con ansia la sua risposta e cercai di guardarla dritta nei suoi occhi azzurri, sperando di poter leggere i suoi pensieri e di interpretare ogni sua più piccola emozione.

Marina mi lasciò la mano e dopo aver respirato profondamente, come per prendere tempo o darsi coraggio, mi disse: “Vedi Roberto, anche tu mi piaci molto e le tue parole mi fanno molto piacere; non posso dirti in questo momento se anch’io provo per te le stesse emozioni, ma vorrei che questa fosse una serata speciale per noi due”.

“Speciale in che senso?”, mi affrettai a chiederle.

Allora Marina aggiunse: “Speciale nel senso che questa sera potrebbe essere l’inizio di qualcosa d’importante, forse la nascita di un amore”. Poi si avvicinò lentamente verso di me e rimise la sua mano nella mia; con questo gesto le nostre labbra vennero quasi a contatto con le mie e mi spinsi ancora leggermente verso di lei nel tentativo di baciarla. Fu un bacio appassionato, intenso, che sembrava non potesse mai finire; con la mano provai ad accarezzarle i capelli e mi sentii stravolto dall’emozione.

Poi restammo in silenzio ancora per qualche tempo, abbracciati stretti stretti l’uno all’altra, finché Marina mi chiese di tornare al palco perché mancavano solo pochi minuti allo scoccare della mezzanotte.

Tutto sembrava bellissimo, perfetto, e sentivo l’amore per lei divampare dentro di me. Pensavo che sarebbe stata la mia prima e unica ragazza, quella che avrei sposato, la madre dei miei figli. Prima di allora mi ero sentito come un brutto anatroccolo, ma i baci della mia principessa mi avevano trasformato in un bellissimo principe.

Inebriato da queste emozioni raggiungemmo lentamente il palco dove trovammo ad attenderci suo fratello Pietro. Marina subito si accorse della presenza del fratello e liberò la sua mano dalla mia, poi, con calma, si rivolse a Pietro dicendo: “Come vedi sono qui puntuale, esattamente come ti avevo promesso e nel posto concordato. Ma adesso sono stanca e assonnata, vorrei tornare a casa”.

In quel momento Massimo finì di cantare l’ultima canzone e il concerto poteva dirsi concluso. Molti cercarono di lasciare velocemente la villa per evitare di dover aspettare il deflusso di quell’enorme folla e con questo pretesto Marina si allontanò in fretta con il fratello, senza degnarmi di un ulteriore sguardo o di un sorriso.

Intanto Massimo era sceso dal palco e ancora tutto sudato e su di giri per gli applausi, la folla ed il concerto, mi disse: “Robbè vieni con me, ho bisogno di stendermi un minuto e di bere qualcosa di freddo”.

Ci dirigemmo con passi veloci verso la villa e mentre Massimo si accendeva la sua solita Marlboro, si arrestò repentinamente, mi prese per un braccio e mi chiese, con tono serio: “Robbè, cosa ne pensi del concerto?” Ti è piaciuta la mia sorpresa, il brano dei Player?”.

In quel momento tutti i miei pensieri erano solo per Marina e mi affrettai a rispondere: “Guarda Massimo, il concerto è stato molto bello e divertente, ma sono arrivate talmente tante persone che, a un certo punto, ho temuto anche per la nostra incolumità”. Infine aggiunsi, tentando di liberare il braccio dalla sua forte presa: “I brani che hai suonato questa sera mi sono piaciuti tutti, ma sai che non sono un critico musicale affidabile”.

Massimo mi guardò con aria divertita e, riprendendo a camminare velocemente, mi disse: “Robbè, ma non capisci che questo è stato un successo straordinario e domani tutti parleranno di noi? Capisci che razza di pubblicità avremo dopo questo concerto? Adesso tutti vorranno avere gli IRA alle loro feste”. Quando fummo all’interno della villa notai il grande caminetto acceso vicino all’entrata mentre sul grande tavolo, al centro della stanza, facevano bella mostra dei vassoi in argento con dentro una grande quantità di carne marinata.

Pensai che Massimo, dopo il concerto, volesse fare una bella grigliata con tutti i suoi amici più stretti e con la sua band, come ringraziamento per il successo di quella serata. Quindi salimmo al primo piano ed entrammo in camera di Massimo dove mi misi a sedere sul divano giallo vicino alla finestra mentre il mio amico si precipitava in bagno per farsi una bella doccia rilassante.

Dopo qualche minuto Massimo rientrò in camera con il viso e i capelli ancora bagnati e dopo essersi seduto accanto a me sul divano mi chiese se avessi visto Marina al concerto. La sua domanda non mi sorprese perché Marina, quella stessa sera, mi aveva confidato di quell’invito ricevuto a scuola; ma quello che mi parve strano, quasi insolito conoscendo Massimo, era il tono della sua voce. Sembrava quasi emozionato nel pronunciare il nome di Marina ed anche il suo sguardo adesso lo tradiva.

Immaginai che quel suo stato d’animo fosse dovuto alla stanchezza del momento e non gli diedi troppa importanza. Gli risposi tranquillamente anche se non fui del tutto sincero. Gli raccontai che Marina era arrivata alla villa insieme con il fratello Pietro, che era stata con me per tutto il tempo dietro al palco, che si era goduta il concerto ma a causa della grande folla il fratello Pietro l’aveva costretta a tornare a casa senza darle il tempo di aspettarlo e salutarlo.

Massimo sorrise alle mie parole, ora poteva finalmente rilassarsi perché tutto era andato nel modo sperato. Marina era venuta al concerto, la sua performance era stata praticamente perfetta e il giorno dopo il nome del suo gruppo sarebbe stato sulla bocca di tutti.

Poi scoppiò in una fragorosa risata al pensiero di suo fratello Giorgio ancora intento, con i suoi amici, a fare uscire dal cancello della villa gli ultimi ritardatari. Uno dopo l’altro arrivarono in camera anche gli altri membri della sua band, tutti visibilmente stanchi ma con l’espressione felice; ognuno cercò un posto dove potersi stendere: chi sul letto, chi a terra e chi sul divano.

Tutti accesero le loro sigarette e l’aria divenne ben presto irrespirabile, quindi aprimmo le lattine di birra che Massimo ci aveva gentilmente offerto e che teneva nel piccolo frigo bar della sua camera. Eravamo pervasi da un’incontenibile euforia e ognuno di noi cominciò a raccontare l’emozione per quella straordinaria serata.

Dopo circa un’ora fece il suo ingresso in casa anche Giorgio e tra i due fratelli ci fu la resa dei conti. Questi minacciò Massimo con un alare preso, probabilmente, dal caminetto in entrata, ma prima che la lite degenerasse intervenimmo cercando di fare da pacieri.

Evidentemente quella serata non era stata piacevole per tutti e Giorgio promise al fratello che presto si sarebbe vendicato. Da qualche anno anche lui aveva creato una band musicale con un sound di tipo new romantico e ci disse che la domenica successiva anche il suo gruppo si sarebbe esibito in concerto, in villa. Concluse la sua filippica rivolgendosi verso Massimo e con il dito indice teso in segno di minaccia gli disse:” Tutti in questa stanza, nessuno escluso, domenica sera, farà l’addetto alla sicurezza”.

Era una scena molto comica e qualcuno di noi si mise a ridere e istintivamente contagiò tutto il gruppo; fortunatamente questo servì a stemperare la tensione e la serata proseguì tranquilla senza altri litigi.

Massimo non diede particolare peso alla ramanzina del fratello, come se fosse stato abituato da sempre a quegli eccessi d’ira. Dopo averlo guardato in silenzio per un po’, scrollò le spalle, si voltò verso di noi e con la sua solita aria di strafottenza disse: “Ragazzi, chi di voi ha fame?”.

La risposta non si fece attendere e tutti, come leoni affamati, ci spostammo al piano terra in direzione della grande cucina. Massimo e il fratello Giorgio s’incamminarono verso il grande camino e cominciarono a grigliare la carne che avevano fatto marinare il giorno prima, con olio, limone e spezie varie. Potevamo osservarli discutere animatamente ma ormai nell’aria c’era profumo di festa e di spensieratezza e fu un susseguirsi di barzellette e commenti sulle ragazze carine che quella sera avevano affollato il concerto.

Fortunatamente tutto era andato nel verso giusto, non c’erano stati incidenti né risse e il caos della serata poteva fare solo piacere a Massimo e al suo gruppo perché questo significava che la strada per il successo era aperta.

Avevamo solo sedici anni e tutto il mondo, allora, sembrava ai nostri piedi.

Andammo a dormire solo all’alba e quella fu la prima sbornia della mia vita. Ci svegliammo solo nelle prime ore del pomeriggio, con la testa pesante e l’alito cattivo. Feci veramente fatica ad alzarmi dal letto e quando fui in piedi, cercai di svegliare anche Massimo, che ancora dormiva profondamente. Gli dissi che erano già le quattro del pomeriggio e che avevo bisogno di un suo passaggio in Vespa per tornare a casa, da mia nonna, ormai sicuramente molto preoccupata.

Pensavo solo ai miei genitori perché se fossero arrivati per primi a casa della nonna Magda questa non avrebbe potuto fare altro che raccontare la verità. Mi rendevo conto di averla messa in una difficile situazione e le conseguenze per il mio ritardo avrebbero potuto essere molto sgradevoli.

Ancora avevo negli occhi l’immagine di mio padre quando, a sette anni, dopo una delle mie solite bravate, per punizione, mi aveva sollevato in aria con la forza di un solo braccio e spinto sull’armadio della camera da letto. Dovetti rimanere supino in quella posizione per oltre due ore e quel ricordo ancora mi perseguitava come il peggior incubo notturno.

Chiesi a Massimo di fare tutto in fretta. Ci lavammo velocemente con l’acqua fredda per svegliarci completamente e riuscire a tenere gli occhi aperti, poi scendemmo le scale che dall’interno ci conducevano direttamente al garage. Con la solita Vespa 50 bianca partimmo a tutto gas verso il centro città e in pochi minuti fummo sotto casa di Magda. Fortunatamente i miei genitori non erano ancora arrivati ma vidi l’espressione molto preoccupata di mia nonna. Era raro vedere Magda arrabbiata, soprattutto con me, perché ero il suo nipote prediletto ma, evidentemente, quella volta avevo superato il suo limite di tolleranza che, di solito, era molto alto.

La mia testa continuava a girare vorticosamente ma cercai di mostrarmi lucido e sveglio. La nonna Magda non era facile da prendere in giro e si accorse immediatamente che avevo bevuto. Senza dirmi una parola si diresse in cucina e preparò un suo intruglio segreto, che mi costrinse a bere tutto di un fiato. Il sapore era tremendo ma, piano piano, cominciò a passarmi quella tremenda sensazione di pesantezza e mi sentii fresco come una rosa.

Con due ore di ritardo sull’orario previsto fecero la loro comparsa anche i miei genitori che, fortunatamente, non si accorsero delle mie condizioni post sbronza. Quindi ringraziai la mia “crocerossina” e tornai con loro a casa, dove trovai ad attendermi i compiti da fare per il giorno dopo. Per prima volta ero felice e ansioso di tornare a scuola perché avrei rivisto Marina e con lei avrei rivissuto i bellissimi momenti trascorsi insieme al concerto di Massimo.

Quel lunedì mattina mi svegliai molto presto e impiegai più tempo del solito per vestirmi. Desideravo fare colpo su Marina, essere alla moda e scelsi con cura le cose da indossare. Alla fine optai per i soliti jeans e una semplice felpa con il cappuccio, di colore verde chiaro e con la scritta in bianco “Flowers”.

Come al solito percorsi i due chilometri che mi separavano dalla scuola ma, questa volta, mi sembrò d’impiegare un’eternità. Ad ogni passo pensavo a quello che avrei detto a Marina, cercavo di ricordare qualche bella frase a effetto, qualche barzelletta spiritosa da raccontare per farla ridere. Ma tutto mi sembrò banale e alla fine decisi di lasciarmi andare all’improvvisazione.

Arrivai in ritardo a scuola e trovai le porte delle aule già chiuse e nessun altro in giro per il corridoio. Entrai e l’insegnante di francese mi colpì col suo sguardo severo, poi con un cenno della testa mi fece segno di prendere posto nel mio banco. Fui sorpreso nel constatare che Marina, quel lunedì mattina, non fosse presente a scuola e subito pensai ad una sua probabile malattia. Appena fu possibile cercai di avere informazioni da Marta, la sua amica del cuore, ma questa, stranamente, rispose che non la vedeva e sentiva da venerdì sera.

Dall’espressione dei suoi occhi capii che non era stata sincera. Era evidente che Marta sapeva esattamente dove si trovasse Marina in quel momento ma, probabilmente, aveva avuto istruzioni precise di non rivelare a nessun altro quel “segreto”. Mentre riflettevo sul da farsi mi accorsi dell’assenza anche di Massimo, ma a questo non diedi troppa importanza perché il lunedì mattina era il suo giorno preferito per non venire a scuola.

Improvvisamente sentii una sensazione di leggero malessere avvolgermi tutto il corpo; evidentemente subivo ancora le conseguenze dei postumi della sbornia del sabato sera. Chiesi all’insegnate il permesso di andare in presidenza perché avevo bisogno dell’autorizzazione scritta per tornare a casa.

Non ebbi problemi e appena varcai il cancello sentii i caldi raggi del sole illuminarmi il viso; era una splendida giornata, senza vento e senza nubi, perfetta per una breve passeggiata. Decisi di non tornare a casa e mi diressi lentamente verso il lungomare. Giunsi in vista della mia panchina preferita, era libera e mi sedetti, cercando di rilassarmi il più possibile. Per un po’ godetti della brezza marina. Sentivo le onde del mare infrangersi sugli scogli mentre la luce del sole era così forte ed accecante che non riuscivo a tenere gli occhi completamente aperti.

In lontananza notai la figura di due innamorati che passeggiavano mano nella mano e si scambiavano tenere effusioni. Andavano nella mia direzione ma erano ancora troppo distanti e non riuscivo a distinguere bene le loro fisionomie. Quando furono a poche decine di metri da me ebbi un sussulto, il cuore sembrò fermarsi all’improvviso, non riuscivo a credere ai miei occhi. Quelle due figure prima così indistinte adesso mi sembrava di conoscerle bene. Concentrai il mio sguardo nella loro direzione e finalmente ne ebbi la certezza: erano proprio Massimo e Marina che, dopo essersi seduti su di una panchina, si godevano abbracciati la vista del golfo.

Adesso la mia vista non mi ingannava e una tristezza infinita mi penetrò fin dentro l’anima. Ero stato tradito nel modo più crudele e mi chiedevo come fosse stato possibile non accorgersi di nulla in tutti quegli anni. Probabilmente i segnali c’erano sempre stati ma nel mio subconscio avevo sempre fatto finta di nulla, come uno struzzo che nasconde la testa sotto la sabbia per non vedere.

Cosa dovevo fare? Come dovevo comportarmi? Andare via e far finta di niente oppure affrontarli a muso duro?

Non ero il tipo da fare scenate di gelosia o sfide tipo “Ok Corral”, ma quella situazione doveva essere risolta, in un modo o nell’altro.

Decisi di affrontarli perché sentivo di non avere nulla da perdere; mi alzai dalla panchina e, con passo calmo ma deciso, mi diressi verso di loro. Giunsi alle loro spalle in modo da accentuare l’effetto sorpresa e li chiamai per nome; questi all’unisono si voltarono indietro e quando i nostri sguardi s’incrociarono vidi sui loro volti un grande imbarazzo.

Affrontai subito Marina e prima che lei potesse aprire bocca le dissi: “Ma per te non conta nulla quello che è successo sabato sera? Perché mi hai preso in giro?”.

Marina non rispose, evidentemente ancora incredula per la mia presenza, mentre Massimo cercò di abbozzare una frase. Non fece in tempo a parlare e puntandogli il dito contro gli dissi:” Tu stai zitto, io non parlo con i traditori”. Fissai Marina negli occhi, per l’ultima volta, ma sentivo che ormai tutto era perduto. Desideravo solo scappare lontano da quei due traditori e mentre mi allontanavo le dissi: “Adesso puoi anche non rispondere, tutto questo per me non ha più importanza”.

Rapidamente m’incamminai verso casa, con il cuore straziato e con le lacrime copiose che mi bagnavano il viso. Fu una tremenda delusione, tanto più forte perché inaspettata, dalla quale mi sarei ripreso solo dopo molto tempo, grazie al primo vero amore conosciuto all’università. Dopo la fine del liceo non ebbi più modo di vedere né Massimo né Marina e durante quegli ultimi anni di scuola i nostri rapporti si limitarono solo a brevi e semplici saluti, ma solo in talune circostanze e solo per educazione.

La magia era finita, così come era finito il mio amore per Marina e l’amicizia con Massimo. Da quel momento il mio animo s’inaridì, giorno dopo giorno.

CAPITOLO QUARTO

L’INCONTRO A MINSK

Le giornate a Minsk trascorrevano sempre uguali, nessuna novità arrivava ad allietarmi l’anima e ormai avevo perso ogni speranza di una miracolosa resurrezione. Per mesi avevo atteso la risposta di Massimo alla mia email, ma sembrava sparito, come ingoiato nel nulla più assoluto. Avevo tentato di tutto per rintracciarlo ma era stato vano e anche le ricerche sui social network non diedero alcun risultato. La mia casella di posta elettronica continuava a essere desolatamente vuota alla voce Massimo Sebastiani; questo era un segnale preoccupante perché significava che avevo interpretato male le sue parole e mi rimproveravo di non essere stato più prudente.

Ormai era già primavera e il tiepido sole di Minsk cominciava a sciogliere la neve dalle strade e dai marciapiedi; tutto sembrava riprendere vita e anche i giardini, al centro di quegli enormi palazzoni, si coloravano di verde.

Con Olga le cose sembravano procedere lentamente, qualche volta eravamo usciti a cena, ma le mie entrate non mi permettevano di scegliere locali troppo raffinati e, spesso, dovevo ripiegare su posti molto più economici e alla mia portata. A lei tutto questo sembrava non interessare e mi ripeteva che non erano i locali alla moda a renderla felice, ma poter uscire con me la sera e fare qualcosa di diverso dal solito. Sapeva essere divertente e mai banale e, qualche volta, le nostre conversazioni diventavano comiche e surreali.

A volte, per facilitare la nostra conversazione, usavo un linguaggio a metà tra il russo e l’italiano, e Olga si divertiva in modo particolare quando, gesticolando animatamente con le mani, cercavo di spiegarle il significato di una parola che non sapevo tradurre in russo. Pensavo che il nostro rapporto, con il tempo, potesse trasformarsi in qualcosa di più che una semplice amicizia e desideravo, con tutto me stesso, che quella donna provasse per me un sentimento vero, reale. Mi colpiva molto la sua forza d’animo e la sua viva intelligenza e non furono rari i momenti in cui pensai di aver trovato la donna della mia vita.

La vedevo come una donna ancora molto bella, con un corpo in piena forma e, qualche volta, fantasticavo su come sarebbe stato bello e intenso fare l’amore con lei. Cominciavo ad innamorarmi di quei grandi occhi a mandorla, della sua dolcezza, del suo sorriso e cercai di rendere sempre più frequenti le serate trascorse insieme a passeggiare sul lungo viale del centro, su Nemiga Prospect. Qualche volta avevo provato ad abbracciarla nel vano tentativo di baciarla, ma lei si era sempre tirata indietro, imbarazzata da quelle mie proditorie avance.

Probabilmente, sentiva che non ero l’uomo adatto per lei, perché mi aveva visto spesso depresso e troppo preso dai miei problemi esistenziali; inoltre, immaginava che non sarei stato capace di garantire un futuro sereno anche al piccolo Amir. Aveva perfettamente ragione e non potevo certamente biasimarla; avevo già troppe difficoltà economiche a sopravvivere da solo, figurarsi se potevo assumermi la responsabilità di altre due vite. In me si creò un continuo tira e molla tra questi due opposti sentimenti, da un lato volevo qualcosa di più che una semplice amicizia ma dall’altro ero spaventato dalle responsabilità che questa scelta avrebbe comportato.

Alla fine il nostro rapporto si consolidò in una reciproca stima e amicizia e così andammo avanti per circa un anno, fino all’arrivo di Massimo, che sconvolse le nostre vite come un tornado.

Durante quell’anno vissuto sotto lo stesso tetto, mi comportai sempre in modo gentile ed educato, senza mai esagerare troppo con le avance, anche per evitare di rovinare il nostro bel rapporto. Tra l’altro, era pur sempre la mia “padrona di stanza” e non volevo ritrovarmi improvvisamente per strada a dover cercare un nuovo alloggio.

Un giorno, mentre riflettevo sul mio rapporto con Olga, ebbi la strana sensazione che stesse arrivando qualcosa di nuovo nella mia vita, come se percepissi nell’aria un cambiamento imminente. Diversamente dal solito mi sentivo pieno di energia e quando decisi di accendere il computer per mettermi a lavorare, il mio istinto m’indusse ad aprire subito la posta elettronica. Le sensazioni positive di quella giornata si trasformarono subito in realtà perché, finalmente, apparve la tanto sospirata risposta di Massimo. L’intestazione era inequivocabile e appariva come un nostro codice segreto: “Massimo, il tuo vecchio amico”.

Pensai che tutta quell’attesa non fosse stata vana ma, dopo così tanto tempo, volevo essere prudente e prepararmi al peggio. Ero già rassegnato all’idea di un ennesimo rifiuto, ma cercai di leggere con calma il testo di quell’e-mail, disposto ad accettare serenamente qualunque sua decisione. Fin dalle prime parole intuii le intenzioni di Massimo e furono come musica per le mie orecchie: non solo si mostrava entusiasta della mia idea ma voleva partire immediatamente per Minsk e raggiungermi.

Mi confermava che era stanco di quella monotonia quotidiana in cui era immerso e si sentiva eccitato all’idea di poter iniziare un nuovo progetto con il suo vecchio amico di liceo. Concluse la sua lettera spiegandomi che aveva voglia di riscattarsi da tutti i suoi fallimenti e che quella mia proposta gli sembrava una seconda occasione.

Anche lui desiderava riprovarci, almeno un ultima volta.

A cinquant’anni non aveva più nulla da perdere e nessuno avrebbe sentito la sua mancanza, neppure una moglie o un figlio, perché aveva sempre preferito non rischiare e non assumersi la responsabilità di mantenere altre vite.

La sua ultima frase era la sintesi del “personaggio Massimo” che, nel suo inconfondibile stile, mi scrisse: “Robbè, dimmi quando posso venire che in cinque minuti faccio le valige, compro il biglietto aereo e sono da te”.

Ero al settimo cielo perché avevo ritrovato il mio vecchio amico, forse l’unico e vero amico che avessi mai avuto. Gli risposi immediatamente per paura che potesse ripensarci. Gli scrissi che bisognava pazientare qualche mese ancora perché dovevamo risolvere alcune questioni burocratiche, come l’invito di ospitalità per ottenere il visto.

Quella sera stessa, al rientro di Olga dal lavoro, le comunicai la buona notizia, chiedendole se per lei non fosse stato troppo disturbo poter alloggiare in casa anche un altro italiano. Qualche mese prima le avevo accennato della mia corrispondenza con un vecchio amico e del mio progetto di realizzare con lui qualcosa d’importante in campo musicale. Mi aveva detto che le sembrava un’ottima idea e che, se il mio amico avesse accettato di venire a Minsk, lei si sarebbe offerta di darmi tutto il suo aiuto.

Era tempo che Olga mantenesse fede alla sua promessa.

Per cercare di sbrigare velocemente tutte le formalità burocratiche, la incaricai di recarsi personalmente presso l’ufficio OVIR più vicino, che era il centro di polizia territorialmente competente al rilascio degli inviti di ospitalità. Dopo due settimane passammo a ritirare il documento, firmato e timbrato, e lo spedimmo immediatamente a Massimo, con una raccomandata, con dentro l’originale. Dopo circa un mese Massimo ottenne il sospirato visto di tre mesi e, immediatamente, comprò il biglietto aereo per Minsk. Durante quel mese di attesa pensai che Massimo avrebbe avuto tempo sufficiente per sistemare tutte le situazioni lasciate in sospeso.

Arrivò maggio e giunse il giorno tanto atteso: Massimo era in volo per Minsk.

Di mattina presto, insieme a Olga, ci mettemmo in viaggio verso l’aeroporto a bordo della sua Opel station wagon, macchina ideale per le famiglie numerose. Da qualche anno Olga usava quell’auto solo per andare a lavoro o per fare la spesa e viaggiava spesso da sola; il suo ex marito le aveva distrutto il sogno di una famiglia unita, portandole via le sue amate figlie.

In quell’auto ancora si potevano notare i segni del suo più recente passato perché custodiva, gelosamente, alcuni oggetti regalati negli anni alla figlia più grande: Fatima. Questa, ormai maggiorenne, frequentava l’Università di lingue straniere al Cairo, in Egitto ed era riuscita a mettersi in contatto con la mamma attraverso Skype e con altri programmi di messaggistica. Questo permetteva ad Olga di poter continuare a sperare che, un giorno non lontano, avrebbe potuto riabbracciare le figlie e riunire la famiglia.

L’aeroporto non era lontano, circa sessanta chilometri da casa, ma dovevamo percorrere tutta la tangenziale, una lunga striscia di asfalto che, come un semicerchio, costeggiava esternamente la città di Minsk. Quella mattina pioveva a dirotto e la strada era viscida e bagnata, per cui dissi a Olga di tenere un’andatura moderata poiché eravamo partiti con molto anticipo e saremmo sicuramente arrivati in tempo. Negli ultimi chilometri trovammo ad attenderci anche una fitta nebbia che ci fece rallentare, ulteriormente, ma ormai la città era già alle nostre spalle e mancavano solo pochi chilometri per l’aeroporto.

Proseguimmo la nostra corsa in una zona quasi deserta, in aperta campagna e, di tanto in tanto, il cielo sembrava aprirsi; tra le nuvole potei scorgere il bagliore di un tiepido sole e i contorni sfumati di un cielo azzurro. Raggiungemmo il piccolo aeroporto di Minsk con circa due ore di anticipo e Olga scelse con cura dove parcheggiare l’auto, cercando di non allontanarsi troppo dall’uscita degli arrivi internazionali.

In quelle due ore di attesa crebbe l’ansia per l’arrivo di Massimo.

Mi chiedevo: “Troverò lo stesso Massimo di un tempo, con la sua aria strafottente e anticonformista, oppure il tempo lo ha completamente cambiato e trasformato in un antiquato e triste cinquantenne?”. Olga notò la mia agitazione e cercò subito di tranquillizzarmi, dicendomi: “Roberto, oggi per te e Massimo sarà un giorno felice perché siete due vecchi e cari amici che si ritrovano dopo tanto tempo e quello che accadrà dopo dipenderà solo da voi”.

Aveva perfettamente ragione perché tutto quello che successe dopo, di lì a pochi mesi, dipese solo dal coraggio e dall’incoscienza di chi, come noi, sperava di potersi rimettere in gioco un’ultima volta. Sapevo che l’idea di unire i nostri due talenti si sarebbe rivelata una mossa risolutiva, ma le conseguenze di quella scelta si abbatterono come un tornado su tutti noi, anche se con esiti notevolmente differenti.

Dall’altoparlante, finalmente, una voce gentile annunciò l’atterraggio del volo Belavia, provenienza Roma; ormai mancavano solo pochi minuti e avrei rivisto Massimo, non più solo in foto ma questa volta in carne ed ossa.

Dopo circa un’ora, con un colpo secco, si aprì la grande porta che dal settore bagagli conduceva direttamente all’uscita e vidi subito l’inconfondibile fisionomia di Massimo che, con un largo sorriso, si avvicinava rapidamente verso di noi. Fu un abbraccio forte e commovente che avvolse entrambi come una calda coperta. Restammo così, immobili, per alcuni secondi e senza dire una parola. Quando ci fummo ripresi dall’emozione Massimo si allontanò lentamente da me e rivolgendo il suo sguardo verso Olga disse, con il suo solito tono scanzonato: “Robbè, ma chi è questa bella donna al tuo fianco?”.

Lo guardai notando che il suo fisico era completamente cambiato e il viso molto diverso da quello che appariva nei miei ricordi, mentre il suo sorriso e il tono della voce erano rimasti gli stessi. Pensai che quelli fossero, da sempre, i suoi segni distintivi, come se fossero stati il suo marchio di fabbrica. Mi affrettai a presentargli Olga spiegando che si trattava di una mia cara amica e, cosa non di non poco conto, anche l’affittuaria della nostra stanza a Minsk. Continuai dicendo che si era offerta, gentilmente, di accompagnarmi in aeroporto evitando di farci tornare a casa in taxi.

Olga meritava tutto il nostro rispetto poiché non era certamente facile per lei permettere che due uomini, in pratica due sconosciuti, potessero vivere sotto il suo stesso tetto. Vidi Massimo sorridere, come se avesse capito perfettamente la situazione, mentre sul viso di Olga potei leggere un’espressione preoccupata e perplessa. Mi accorsi che, con Massimo, stavo parlando in italiano troppo velocemente e la mente di Olga faticava a seguire quel fiume di parole: non era riuscita a tradurre tutte le frasi e aveva perso il senso del discorso. Cercai di rincuorarla dicendole che erano solo batture ironiche tra vecchi amici e nulla di più.

Così ci incamminammo verso il parcheggio e notai che Massimo, oltre al semplice bagaglio, aveva portato con sé anche la sua chitarra classica, rinchiusa in un’elegante custodia di pelle nera. Fuori aveva smesso di piovere e il cielo sopra di noi sembrò aprirsi in due, con le nuvole che scappavano in ogni direzione, sospinte dal gelido vento.

Lo considerai un segnale positivo, un buon presagio.

Con Massimo, durante tutto il viaggio, cercammo di ripercorrere le tappe del nostro passato, soffermandoci, di tanto in tanto, sul destino di qualche nostro ex compagno di scuola. Gli confessai che, dopo il conseguimento del diploma, non avevo mantenuto i contatti con nessuno del nostro gruppo perché desideravo dare un taglio netto con quel passato. Massimo capì” immediatamente che il centro del mio discorso si stava spostando velocemente verso Marina e, con tono preoccupato, mi chiese:” Ma tu mi hai perdonato, vero?”.

Tirai un sospiro di sollievo perché, finalmente, potevo dirgli tutto quello che pensavo di lui e di come quella storia mi avesse fatto soffrire violentemente. Pesai attentamente le parole e con calma gli dissi: “Certamente che ti ho perdonato, altrimenti non saresti qui con me, ma solo un brutto ricordo del passato”. Poi conclusi dicendo: “Caro Massimo avremo tanto tempo per parlare di tutto ma, per il momento, godiamoci il breve viaggio ammirando il panorama di questa splendida campagna che ci circonda”.

La strada era ancora bagnata per la pioggia e Olga tenne un’andatura rilassante, cercando di arrivare a casa in orario per il pranzo.

La nostra amica aveva insistito tanto per cucinare personalmente perché desiderava dare un segno di benvenuto al nuovo ospite; inutili furono tutti i miei tentativi per farla desistere, dicendole che sarebbe stato più pratico fermarci in qualche ristorante che avremmo trovato lungo la strada, durante il viaggio di ritorno. Non volle sentire ragioni e, alla fine, dovetti accettare il suo inderogabile e perentorio invito a pranzo. Olga era un’ottima cuoca e una gradevole padrona di casa: oltre agli antipasti di formaggio e salame, preparò pollo al forno con patate e spezie varie.

Il giorno prima mi ero premurato di comprare due bottiglie di vino rosso e una di spumante italiano e, così, potei festeggiare degnamente l’arrivo del mio caro amico.

Giunti a casa feci sistemare Massimo nella stanza da letto che, per qualche mese, avremmo dovuto dividere in due e, dopo aver terminato le nostre necessità fisiologiche, ci sedemmo a tavola per mangiare. Anche Amir, il piccolo figlio di Olga, arrivò in cucina incuriosito da quel nuovo ospite e ansioso di poter azzannare la coscia di pollo che la mamma, premurosamente, gli aveva messo nel piatto. Alla fine di quell’abbondante pranzo preparai un buon caffè espresso per tutti e, dopo esserci congedati da Olga, non prima di averla ringraziata, ci recammo nella nostra stanza.

Aiutai Massimo a sistemare il suo bagaglio nell’armadio, dopodiché ci sedemmo sul letto dove cominciammo nuovamente ad aprire il libro dei nostri ricordi. Con la mente ritornammo al tempo in cui avevamo sedici anni e spesso i nostri racconti erano interrotti da sonore risate, ripensando agli episodi più divertenti accaduti durante gli anni del liceo. Fu in quei momenti che dissi a Massimo che, senza di lui, tutti quegli anni a scuola sarebbero stati, sicuramente, noiosi e opprimenti. Gli confessai che lui era stato il mio idolo, un mito, oltre che l’unico amico di cui mi fossi fidato veramente; che avevo sempre cercato di imitarlo, nelle movenze e negli atteggiamenti, per cercare di darmi quella sua stessa aria di ragazzo ribelle.

Poi il discorso ritornò, inevitabilmente, su Marina e, questa volta, fu lui ad avere la parola. Mi disse che non aveva mai sospettato che potesse piacermi quel tipo di ragazza, soprattutto perché, nelle nostre conversazioni a scuola, non gli avevo mai confidato che ero perdutamente innamorato di lei. Ammise che con Marina era stato sempre un continuo tira e molla ma che, alla fine, si era stancato e l’aveva lasciata andare, probabilmente anche a causa di quello che era successo tra di noi, quella mattina di primavera, sul lungomare di Salerno.

Continuò il suo ragionamento dicendo che, quando le chiese spiegazioni, cercando di conoscere il motivo di quella mia sorprendente scenata di gelosia, Marina si limitò a rispondere che lei non aveva mai ricambiato il mio amore. A quel punto interruppi il discorso di Massimo ed esclamai: “Mai ricambiato?” “Oh, ma che bugiarda!”. Improvvisamente, dentro la stanza, l’aria si fece pesante e opprimente.

Sapevo che quello di Marina era un argomento spinoso che andava trattato con cura e che avrebbe potuto riaccendere emozioni e rivalità mai del tutto sopite.

Mi affrettai a dire a Massimo che la nostra comune amica, Marina, non era stata del tutto sincera con lui perché tra di noi c’era stato più di qualche semplice bacio. Vidi lo stupore nei suoi occhi e cercai di tranquillizzarlo con un sorriso, poi gli dissi: “Ma non pensare subito male, non abbiamo fatto sesso, se è questo che stai alludendo con i tuoi sguardi”. Anche Massimo iniziò a sorridere e quella mia frase fece tornare il sereno tra di noi; in fondo, stavamo parlando di un episodio accaduto tanti anni prima e non aveva più senso litigare.

Pensai: “Vale ancora la pena riaprire quelle ferite che il tempo ha, ormai, rimarginato?”.

Dissi a Massimo che era arrivato il tempo di dimenticare il male, di metterci sopra una bella pietra, di quelle grandi e pesanti, e di concentrarci sul futuro, che vedevo roseo per entrambi. In fondo era proprio questo il motivo che aveva spinto Massimo a percorrere migliaia di chilometri e allontanarsi dall’Italia.

Un’ultima cosa, chiese Massimo con tono pensoso: “Puoi dirmi dove e quando, tu e Marina, vi siete baciati per la prima volta?”.

Certamente, risposi, eri presente anche tu quella sera.

Guardai il viso di Massimo farsi sempre più serio e, per creare la giusta suspense, mi presi una pausa di qualche secondo, poi gli dissi:” Ricorderai sicuramente il concerto nella tua villa quando venisti a prendermi con la tua vespa 50 a casa di mia nonna Magda. Al concerto trovai anche Marina che, tra l’altro, tu avevi invitato personalmente. Dopo qualche canzone ci allontanammo dal palco e fu allora che le confessai il mio amore. Marina mi disse che tra di noi, quella sera, poteva iniziare qualcosa di speciale e, quindi, cominciammo a baciarci e accarezzarci per tutto il tempo. Poi, il lunedì successivo, a scuola, mi sentii male per i postumi della sbornia di sabato e chiesi al preside un permesso di uscita; quindi, mi recai sul lungomare a prendere il sole e qui vi ho visto insieme. Il seguito lo conosci benissimo”.

Avevo parlato ininterrottamente e tutto d’un fiato e ora aspettavo la reazione di Massimo. Questi, dopo un lungo e interminabile silenzio, fece un’espressione di sdegno con la bocca tirando su le spalle, come per evidenziare la sua indifferenza. Poi mi guardò fisso negli occhi e disse: “Robbè, ma chi se ne frega, pensiamo a noi e al nostro futuro, abbiamo parlato pure troppo di quella troia”.

Quasi contemporaneamente ci alzammo dal letto e cominciammo a rovistare tra le nostre cose, in cerca di quei fogli di carta sui quali avevamo scritto testi e musica. Esaminammo attentamente tutti i nostri vecchi lavori ma sembrò, a entrambi, che nessuno di questi avesse la forza e la potenza artistica tale da poter realizzare un disco di successo. Era chiaro che, se volevamo dare un senso al nostro progetto, dovevamo fare “tabula rasa” di tutto e metterci insieme attorno ad un tavolo.

Furono mesi complicati, ma non mollammo di un centimetro perché sentivamo quanto fosse importante quell’idea, quel progetto: dovevamo andare fino in fondo, per vincere o affogare insieme. Quella prima settimana fu molto difficile per Massimo perché dovette abituarsi ad alcuni cambiamenti, come il clima, che era ben diverso da quello mite del sud dell’Italia, e il cambio di fuso orario (a Minsk eravamo avanti di due ore).

Inoltre, dovevamo anche cucinarci da soli.

Non avemmo problemi a trovare prodotti italiani di generi alimentari, come pasta, caffè e vino, soltanto che questi costavano almeno il doppio o il triplo del loro prezzo all’origine e, alla fine, per risparmiare, ci accontentammo anche di comprare prodotti tipici locali. Comunque, cercammo di non farci mai mancare del buon vino italiano, prestando attenzione a non sforare troppo il budget per non ritrovarci, alla fine del mese, senza soldi e con l’affitto da pagare a Olga.

In quella prima settimana portai Massimo in giro per la città avvertendolo che abitavamo in una metropoli, grande quasi come Milano, con circa due milioni di abitanti. Gli spiegai che dovevamo percorrere ogni giorno delle lunghe distanze ed era necessario abituarci a quegli spostamenti utilizzando i mezzi pubblici a nostra disposizione: il bus e il metrò.

In sostanza non c’era molto da vedere a Minsk, ma il centro era carino, con un laghetto dove, in estate, era possibile anche fare un giro in pedalò e un parco molto grande, con un delizioso orto botanico, dove poter passeggiare tranquillamente. Approfittammo di quella prima settimana da “turisti” anche per dare un’occhiata a tutti quei locali che, di sera, avevano il piano bar come attrazione principale.

Il nostro progetto era abbastanza semplice, io mi sarei occupato di fargli da manager mentre Massimo avrebbe preparato una scaletta musicale con i pezzi, italiani e internazionali, da poter proporre come piano bar. In questo modo potevamo guadagnare quello che ci serviva per vivere decentemente e avere il tempo per trovare l’ispirazione artistica, necessaria a scrivere il pezzo musicale di successo che avevamo sempre sognato. Cercammo in internet l’indirizzo e i numeri di telefono di quei locali che ci sembravano più adatti alla musica di Massimo, dando la precedenza a quelli che, nel menù, proponevano la cucina italiana o europea. In pratica telefonammo a tutti e in qualche locale ci andammo anche di persona, come al “Fashion Club”, ma ricevemmo solo risposte di rifiuto. Invariabilmente, ci dicevano che avevano già il loro musicista di piano bar, che i loro clienti erano soddisfatti e non avevano bisogno di aggiunte o cambiamenti al loro programma serale. Ci sentimmo frustrati e avviliti, come incapaci di reagire, sull’orlo del precipizio del nostro definitivo fallimento artistico e professionale.

Come sempre avviene in questi casi la fortuna bussò inaspettatamente alla nostra porta e, quella stessa sera, ricevemmo la telefonata del sig. Dimitri, manager del locale “Fashion club”. Si trattava di un importante locale in centro a Minsk, frequentato, nel fine settimana, dai clienti più facoltosi del luogo. Era stato il primo locale della nostra lista che avevamo visitato personalmente ma dal loro rifiuto, nel frattempo, qualcosa di grave doveva essere successo. Il manager ci spiegò che, la sera prima, aveva litigato con il cantante del piano bar a causa delle lamentele ricevute da alcuni clienti abituali e, quindi, gli aveva contestato lo scarso impegno e la mancanza di entusiasmo che metteva nel lavoro. Per quella sera il piano bar era senza un cantante e ci chiese se avevamo ancora interesse a proporre la nostra collaborazione artistica.

Era l’occasione che aspettavamo da tanto tempo e la cogliemmo al volo: rispondemmo che eravamo ancora liberi e disponibili a suonare quella stessa sera. Dopo aver concordato con Dimitri l’ora dell’appuntamento, Massimo prese immediatamente il lettore con le basi musicali e si caricò sulle spalle la custodia con la sua la chitarra. Insieme, pensierosi e senza dire una parola, ci incamminammo alla fermata del bus.

Eravamo ancora vestiti in modo tipicamente invernale perché, nonostante la primavera fosse ormai cominciata da un pezzo, l’aria era ancora fredda ed era necessario avere anche il cappello di lana per proteggersi dalle folate di vento gelido. Finalmente arrivò il nostro autobus numero 42 che, dopo circa sette lunghe fermate, ci lasciò esattamente di fronte all’entrata della metropolitana di Kamennaja Gorka, il nostro capolinea. Ormai sapevamo muoverci con una certa disinvoltura tra le strade di Minsk e, nelle rare volte in cui c’eravamo persi, era stato sufficiente fermare qualcuno in strada e, con il mio russo o grazie al perfetto inglese di Massimo, riuscimmo sempre a ritornare a casa.

Con il metrò arrivammo velocemente in centro e, dopo pochi minuti di cammino a piedi, fummo davanti all’entrata del locale “Fashion Club”. Qui trovammo ad attenderci Dimitri, il manager del locale con il quale avevamo parlato al telefono. Ora potevo osservarlo da vicino: sembrava un ragazzo molto giovane, sui trent’anni, vestito secondo la moda, con uno stile impeccabile tipicamente europeo e con un taglio di capelli particolare, con una piccola cresta sul lato destro della testa. Con fare sicuro e sbrigativo ci disse che quella sera sarebbe stato il nostro debutto e che la firma su un eventuale contratto dipendeva dalla performance di Massimo e dal gradimento della clientela. Ci diede mezzora per prepararci e sistemare l’attrezzatura.

Massimo ebbe il tempo di provare gli accordi alla chitarra mentre il manager ci mise a disposizione un pianoforte, le casse, il mixer e un microfono. L’accordo iniziale prevedeva il pagamento di circa cinquanta euro a serata mentre Massimo avrebbe dovuto proporre almeno trenta brani, divisi equamente tra musica italiana e internazionale, dalle otto di sera fino a mezzanotte, pausa compresa.

Ero molto agitato perché tutto stava accadendo molto in fretta ed anche Massimo era particolarmente emozionato perché era la prima volta che suonava all’estero. In quell’occasione mi confessò di avere mille paure: dalla rottura di qualche strumento alla voce stonata. Cercai di tranquillizzarlo e, con calma, gli dissi: “Massimo, prendiamo tutto questo come un gioco, in fondo non abbiamo nulla da perdere e, se dovesse andar male, nessuno verrebbe mai a saperlo. In ogni caso ci sono tanti altri locali dove possiamo andare a suonare e, magari, questa volta senza la fretta del momento”. Vidi il suo classico sorriso illuminargli il viso e, come ai tempi del liceo, continuai dicendo: “Comunque vada io non mi tiro indietro perché io credo in te”. Poi aggiunsi:” Massimo sii te stesso e tutto andrà bene”.

Ormai erano quasi le otto di sera e il locale si andava già riempiendo. I tavoli erano rotondi, addobbati elegantemente e disposti in modo tale che tutti potessero avere una libera visuale del palco, con il piano bar visibile da ogni angolazione. Massimo iniziò la serata suonando al pianoforte alcuni classici della musica italiana, cercando di variare, di tanto in tanto, con musica internazionale molto conosciuta, utilizzando, soprattutto, le canzoni di Elton John e George Michael.

Durante tutta la serata osservai Massimo destreggiarsi con disinvoltura, sia al pianoforte sia con la chitarra, completamente immerso in quel suo mondo, come se non avesse fatto altro in tutta la sua vita. Prese sempre più confidenza con quel lavoro e cominciò anche a dialogare con i clienti della prima fila: con il suo inglese impeccabile li ringraziava al termine di ogni canzone. Erano frequenti e sempre più intensi gli applausi al termine di ogni sua performance e questo sembrava dargli nuova energia. Ormai era una continua richiesta di poter ascoltare brani italiani e Massimo cercava di accontentare tutti, improvvisando come meglio poteva. Il suo talento musicale lo mise al riparo da ogni imprevisto.

Per soddisfare tutte le richieste dei clienti Massimo dovette abbandonare la scaletta dei brani musicali che aveva preparato con cura a casa. Dimitri, prima dell’inizio della serata, gli aveva consigliato di essere “molto elastico” e di accontentare, nei limiti del possibile, ogni richiesta.

Ormai Massimo suonava e cantava a braccio, spesso improvvisando perché dimenticava le parole o intere strofe di alcune canzoni. Lo vidi particolarmente teso e sul viso gli apparve una smorfia quasi di dolore quando fu “costretto” ad eseguire alcuni vecchi brani di storici artisti italiani, come “Felicità” di Albano e Romina Power; “Se m’innamoro” dei Ricchi e Poveri e “Sono un italiano” di Toto Cutugno, famosissimo da quelle parti. Era divertente guardare tutte quelle signore, non sempre vestite con gusto ma perfettamente ingioiellate, fare a gara tra di loro per attirare l’attenzione di Massimo.

Fu un successo clamoroso, oltre le nostre più rosee aspettative e questo ci spinse a proseguire su quella strada perché, ormai, il solco era tracciato. Massimo, durante la sua esibizione, a volte si voltava verso di me e con il suo solito sorriso, misto d’ironia e di soddisfazione, mi faceva l’occhiolino, come per confermarmi che andava tutto bene e che si sentiva in forma. Alla fine della serata Dimitri, il giovane manager del locale, ci venne incontro sorridendo, dicendoci che era già pronto per noi il contratto da firmare.

Ci offriva tre mesi garantiti per cinque giorni a settimana e cinquanta euro a sera, cena compresa. Il contratto era in duplice lingua, inglese e russo, ma non feci fatica a leggerlo come se il successo di quella sera mi avesse aperto completamente la mente e dato nuova linfa ed energia. Massimo firmò il contratto e dopo ci guardammo negli occhi senza nascondere la nostra soddisfazione.

Eravamo euforici e la nostra fortuna continuò” ancora, quella sera, perché una delle cameriere, che aveva da poco finito il turno di lavoro, si offrì di darci un passaggio fino a casa. Ormai le cose cominciavano ad andare nel verso giusto e anche Olga fu felice per quel nostro primo successo, forse perché così era sicura che avremmo pagato l’affitto mensile della stanza con una certa regolarità.

Massimo, nelle settimane che seguirono, s’impegnò come mai aveva fatto durante la sua vita artistica e le sue performance furono sempre molto apprezzate. Anche in quel caso il passaparola dei clienti soddisfatti decretò la nostra fortuna. Il “Fashion Club”, notoriamente sempre pieno nel week end, cominciava ad essere affollato anche durante gli altri giorni della settimana, a conferma che la buona musica è apprezzata a qualunque latitudine.

Dopo quelle prime settimane così eccitanti dissi a Massimo che, la sera, non potevo più stare con lui al “Fashion Club” o, comunque, non con la solita frequenza, perché avevo trascurato completamente il mio lavoro di correttore di bozze e avevo delle scadenze improrogabili. Pensai che fosse stato meglio lasciare una porta aperta perché, se quel successo fosse stato effimero e non duraturo, mi sarei ritrovato senza un lavoro e senza soldi; pertanto, ritenni che fosse giunto il momento di fare un passo indietro e recuperare il tempo perduto.

Olga venne in mio aiuto e si offrì di accompagnare Massimo al locale in tutte quelle occasioni in cui io non potevo andare. Mi chiese solo un semplice favore, quello di badare al piccolo Amir durante la sua assenza; in particolare, avrei dovuto fare in modo che fosse già a letto per le nove di sera e non oltre. Per quell’ora dovevo anche tenere spenta la televisione, senza dare ascolto alle probabili proteste del figlio. Acconsentii con piacere e con il mio sorriso le feci capire che ero ben contento di poterle fare un favore.

Probabilmente fu proprio in quelle sere che tra Olga e Massimo nacque qualcosa di più di una semplice amicizia e quando la situazione divenne evidente a tutti nella casa, Massimo mi disse, apertamente, che aveva una storia d’amore con lei.

Quando Massimo aveva la serata libera, cercava di allontanarsi per un po’ dalla musica e accompagnava Olga a guardare i grandi negozi del centro, oppure si divertivano insieme andando a pattinare sul ghiaccio. Questa era la grande passione non solo di Olga ma di tutti i bielorussi: ovunque potevi trovare arene o grandi spazi all’aperto dove era possibile praticare il pattinaggio. Sicuramente Massimo non si divertì moltissimo a pattinare perché, spesso, tornava a casa tutto dolorante per le continue cadute sul ghiaccio. Cercò, comunque, di non lamentarsi mai e, da buon cavaliere, accontentò Olga in ogni sua richiesta.

CAPITOLO QUINTO

LA STRADA PER IL SUCCESSO

Sono strani i meccanismi che danno vita a un’opera d’arte come un quadro, una scultura o un pezzo musicale. In fondo sapevo che quella canzone era già nell’aria, libera, che aspettava solo qualcuno che cercasse di catturarla, di farla sua per sempre.

Probabilmente in tutto questo c’entrava anche il mio amore, non corrisposto, per Olga, che ormai aveva scelto Massimo, senza alcun dubbio. Era uno strano sentimento che provavo nel profondo della mia anima: da un lato, ero felice per loro e mi facevano tenerezza quando li vedevo tenersi per mano e abbracciarsi durante le serate a casa ma, dall’altro, sentivo anche un senso d’impotenza e gelosia verso il mio caro amico che, ancora una volta, mi aveva portato via la donna che amavo. Era una situazione già vissuta ai tempi del liceo con Marina e ora, a distanza di tempo, si ripresentava con una forza e un’intensità forse ancora maggiore.

Tutto accadeva esattamente come allora, nonostante l’esperienza della vita avrebbe dovuto proteggermi dagli affanni e dal dolore che provoca l’amore. Il mio era un sentimento vero, arrivato inaspettato e violento, come una tempesta che spazza via ogni cosa e lascia solo macerie da ricostruire. Volevo dipingere con Olga il mio nuovo mondo, con mille colori e con le sfumature più dolci e intense. Ora, invece, mi sentivo solo e mi fermavo a fissare quei fogli bianchi sulla scrivania, mentre sulla parete della mia stanza vedevo tutti quei colori che sbiadivano lentamente, fino a sparire del tutto.

In quello strano stato d’animo cominciai a scrivere una poesia e sembrava che le parole uscissero da sole dalla mia penna e riempissero il vuoto nel mio cuore. Lessi e rilessi molte volte quel testo e non vi apportai che piccole modifiche. Mi sembrava perfetto e gli diedi il titolo più appropriato: “Amore impossibile”. Chiamai Massimo in camera affinché potesse leggerla, forse perché in cuor mio speravo che capisse il mio tormento e mi liberasse per sempre dai fantasmi del passato. Ogni parola scritta esprimeva dolore, frustrazione e rabbia per un amore ormai impossibile da raggiungere.

Era una confessione d’amore ma anche questa volta ero arrivato tardi.

Anche se avessi chiesto ad Olga di sposarmi e di prendermi cura di suo figlio quasi certamente mi avrebbe risposto con un rifiuto; purtroppo anche questa volta il mio caro amico si era frapposto tra la felicità e il destino. Conoscevo bene Massimo e anche se erano trascorsi molti anni dal nostro ultimo incontro sentivo che il suo non era vero amore, ma solo una relazione passeggera. Al suo rientro in Italia avrebbe dimenticato Olga in fretta perché solo la musica era il suo vero amore, la sua unica passione, mentre tutto il resto faceva da contorno. Per farmi coraggio pensai a quel vecchio detto in cui si dice che in amore si vince e si perde, l’importante è non abbandonare mai la speranza perché tutto può cambiare, all’improvviso.

Mentre Massimo leggeva il testo gli dissi, con il tono della voce emozionato: “Penso che questa sia quella giusta, lo sento”. Si voltò divertito poi riprese a leggere e, di tanto in tanto, vidi posare il suo sguardo su alcune parole che lo avevano particolarmente colpito. Naturalmente la parola “amore” era la più ricorrente e quando ebbe finito gli chiesi, con tono deciso: “Allora, cosa ne pensi, è quella giusta?”.

Massimo mi guardò intensamente e, dopo aver appoggiato la mano sulla mia spalla, rispose: “Robbè, penso che sia proprio quella giusta, è intensa e dice tutto quello che pensiamo quando un amore fugge via senza darci alcuna possibilità; ti prometto che cercherò di dargli un arrangiamento adeguato, ma riparliamone domani mattina, perché adesso sono stanco morto e voglio solo andare a dormire”.

Ci salutammo e con lo sguardo seguii i suoi passi mentre rapidamente si dirigeva verso la camera da letto di Olga. Da qualche mese la loro intimità aveva suggellato l’ufficialità della relazione e Massimo aveva liberato la mia stanza da tutti i suoi bagagli per trasferirsi in pianta stabile in quella di Olga

Quella situazione divenne come un grande macigno sul mio Cuore, difficile da sopportare per troppo tempo ancora. Il mio migliore amico e la donna che amavo erano proprio lì, in un’altra stanza, a pochi metri da me, che facevano all’amore e magari ridevano alle mie spalle. Mi sentivo un idiota e spesso pensavo di andare via da quella casa, di trovarmi un altro alloggio, un’altra camera in affitto. Ma non ne ebbi il coraggio perché sentivo che con Massimo si era creata una magia speciale, era nato un sodalizio artistico importante e non volevo che tutto potesse finire, ancora una volta, a causa di una donna.

Restai, e feci buon viso a cattivo gioco, come si dice, cercando di fare il possibile per accettare quel loro rapporto d’amore.

Nei giorni che seguirono Massimo diede sfogo a tutto il suo talento e s’impegnò costantemente alla ricerca del sound giusto con il quale rivestire la mia poesia; finalmente, dopo tanti tentativi andati a vuoto, in un pomeriggio assolato, creò il motivo tanto atteso: ora musica e parole sembravano sposarsi alla perfezione e non restava altro da fare che suonarla il più possibile, per eliminare qualche imperfezione sonora o modificare qualche parola. Sembrava fatta, era un motivo molto orecchiabile e capimmo che avevamo tra le mani la canzone giusta. Nacque una ballata romantica, nella pura tradizione della musica italiana, con un ritornello che ti restava nella testa e non potevi fare a meno di cantarla.

Massimo provò e riprovò a suonarla finché non fu soddisfatto e, come primo banco di prova, decidemmo di sottoporla all’ascolto di Olga e del piccolo Amir. Eravamo curiosi di vedere l’emozione nei loro sguardi perché dalla loro prima reazione potevamo capire se quel brano aveva possibilità di successo. Olga si sottopose volentieri a quel test e quando Massimo ebbe finito di suonare, si alzò dalla sedia, lo abbracciò e lo baciò intensamente. Adesso tutti noi eravamo consapevoli di avere tra le mani il brano giusto, forse quello che ci avrebbe cambiato la vita per sempre.

Non ci restava che farla ascoltare ad un pubblico più numeroso e per l’occasione decidemmo di proporla quella sera stessa al “Fashion Club”. Arrivati al locale ne parlammo subito con Dimitri che ci chiese, giustamente, di poterla ascoltare in anteprima, insieme con tutto lo staff.

Sapevamo che dall’esito di quella esibizione dipendevano i nostri destini, era il momento decisivo, il nostro punto di non ritorno. Tutto andò alla perfezione e ricevemmo molti applausi e calorosi attestati di apprezzamento, con tante pacche sulle spalle. La strada era segnata e adesso toccava agli ospiti del “Fashion Club” decretare il nostro successo.

Concordammo con Dimitri il da farsi e Massimo iniziò regolarmente la sua esibizione alternando, come al solito, brani italiani e hit internazionali. Giunto a metà della serata Massimo comunicò agli ospiti del locale, prima in inglese e poi con un timido e sgrammaticato russo, che quella sera avrebbe cantato un suo brano inedito. Sentimmo un forte brusio iniziale, come se fossero stati tutti colti di sorpresa dal suo annuncio e d’improvviso cadde un silenzio irreale nell’ampia sala e tutti guardarono in direzione di Massimo.

Mi guardai intorno e notai che anche lo stesso staff del locale si era fermato per ascoltare Massimo. Cuochi, camerieri, tutto il personale aveva cessato ogni attività lavorativa in attesa della nostra canzone.

La nostra musica prese vita e fu un successo straordinario; tutti applaudirono calorosamente e numerose furono le richieste per ottenere il bis. Ad un primo ascolto la nostra canzone richiamava alla mente un vecchio brano di George Michael: “Prayng for time”, ma con un’intensità e una disperazione maggiore. Massimo provò ad accontentare tutti e la risuonò altre tre volte. Si stava realizzando il sogno di tutta una vita e, finalmente, potevo dire a tutti che la mia intuizione era stata quella giusta, quella vincente. Ci sentivamo pronti ad assaporare il successo, quello vero, quello con la S maiuscola ed il destino era nelle nostre mani.

Il sabato successivo trovammo il “Fashion Club” completamente strapieno, ormai il passa parola aveva fatto il giro della città. Il caro Dimitri aveva dovuto aggiungere altri tavoli e non sapeva più come far sedere tutti, mentre molti erano rimasti fuori dal locale in attesa che si liberasse un posto. Naturalmente in prima fila riconoscemmo le figure inconfondibili di qualche potente locale e rispettiva consorte a cui Dimitri aveva dovuto concedere quei posti privilegiati, nonostante i tavoli fossero già stati prenotati da altri.

Anche a Minsk con la mafia non si poteva scherzare e sarebbe stato un azzardo oltre che una mancanza di rispetto farli uscire dal locale e rimandarli a casa. Quella sera tutti gli ospiti del locale, diversamente dal solito, erano seduti uno accanto all’altro e facevano fatica a muoversi, anche per andare al bagno. Adesso potevamo dire, senza paura di essere smentiti, che Massimo era la vera attrazione del “Fashion club” e molti sarebbero stati disposti a pagare qualunque cifra pur di poterlo ascoltare dal vivo.

Quel sabato sera, nascosto tra quel pubblico eterogeneo, si trovava anche un noto DJ di Minsk che, con il soprannome di Igor B, lavorava a tempo pieno per “Radio RomantiKa”, la radio più ascoltata della città. Un passaggio della nostra canzone in quella radio avrebbe potuto far decollare la nostra carriera artistica e decretare il nostro definitivo successo. La nostra musica avrebbe raggiunto un vasto pubblico ed essere ascoltata in ogni angolo della Bielorussia. Al termine della serata “Igor B” si presentò a Massimo facendogli i complimenti per la sua performance e dicendosi entusiasta del nostro brano “Amore Impossibile”. Mi avvicinai ai due e mi presentai come manager nonché autore del testo, quindi ci salutammo ma prima che andasse via Igor B ci diede il suo bigliettino da visita chiedendoci se eravamo disponibili a concedergli un’intervista in esclusiva e a preparare una demo del nostro brano. Aveva intenzione di trasmetterla quanto prima in radio consapevole che anche per lui poteva rappresentare una svolta importante per la carriera di dj. Ci lasciammo con la promessa che ci saremmo risentiti molto presto.

Tornammo a casa molto tardi, stanchi ed esausti, ma trovammo ad accoglierci Olga, che nonostante l’orario quasi mattutino, non era riuscita ad addormentarsi per l’ansia e il desiderio di conoscere l’esito di quella serata. Le raccontammo degli applausi ripetuti, della felicità di Dimitri per il locale strapieno e del nostro incontro con Igor B, il dj di Radio RomantiKa. Olga era contentissima e voleva brindare per il successo della serata, ma ero veramente troppo stanco per proseguire oltre, quindi li salutai e mi diressi nella mia stanza dove caddi pesantemente sul letto e, ancora completamente vestito, mi addormentai come un sasso.

Il lunedì mattina chiamammo la segreteria di Radio RomantiKa chiedendo di parlare con Igor B per fissare un appuntamento per l’intervista. Non avevamo ancora una demo pronta e così decidemmo che ci saremmo visti per il fine settimana, giorni in cui gli ascolti sono al massimo. Poi telefonammo a Dimitri chiedendogli il permesso di poter utilizzare la strumentazione del “Fashion club” perché dovevamo realizzare la demo della nostra canzone. Quando tutto fu pronto Massimo, per evitare problemi di copyright, si affrettò a caricarla on line su MCA, una società che garantiva un buon servizio di tutela del diritto d’autore, in alternativa a quello normalmente offerto dalla SIAE.

Come concordato con Igor B il sabato mattina ci recammo in radio e portammo con noi anche Olga come interprete. L’intervista andò regolarmente in onda e il brano fu trasmesso. Fu un successo. La redazione della radio fu subissata di telefonate e tutti vollero sapere chi fosse quel musicista italiano apparso così all’improvviso, praticamente dal nulla.

Avevamo compiuto solo il primo passo verso una lunga salita ma sentivamo addosso l’adrenalina e l’ebbrezza del successo. Con Massimo ci divertimmo ad immaginare che anche i grandi della musica, alla loro prima esibizione, avevano provato quelle nostre stesse emozioni. Il sogno si stava avverando e per capire che fosse tutto vero spesso ci davamo dei sonori ceffoni sulla guancia e ripetevamo insieme: “Se questo è solo un sogno, allora non mi svegliare”.

Olga restava a guardarci con un misto di divertimento e d’incredulità e rivolto a Massimo gli dicevo: “Probabilmente la nostra amica penserà a quanto sono stupidi gli italiani e noi due in particolare”. In quei giorni anche la nostra casa sembrò catapultata in un grande caos; il telefono cominciò a squillare incessantemente e facemmo fatica a tenere la situazione sotto controllo. A volte si trattava solo di amici e parenti di Olga che chiedevano informazioni su Massimo o le redazioni di altre radio che volevano un’intervista, ma il più delle volte erano telefonate di fan di Massimo che, non si sa come, erano riusciti a procurarsi il nostro numero di telefono.

Massimo diventò rapidamente un piccolo fenomeno musicale in Bielorussia ma sapevamo che se volevamo davvero volare sulle ali del successo dovevamo arrivare a Mosca, in Russia, dove avremmo avuto a disposizione circa 200 milioni di potenziali ascoltatori. Con il successo in Russia anche l’Italia si sarebbe finalmente svegliata e tutte le radio avrebbero cominciato a parlare di noi e trasmettere il nostro brano.

La fortuna non ci abbandonò e, come per magia, quasi un mese dopo il nostro passaggio in Radio RomantiKa, fummo contattati da una piccola casa discografica russa: “Melodia”. Questi si offrirono di produrre il nostro brano, curarne il marketing e i passaggi sulle varie radio nazionali russe, da quelle più grandi e importanti a quelle più piccole. Ci confermarono che, in questo modo, la nostra canzone sarebbe stata programmata e ascoltata anche nelle lande più desolate della Russia.

Entusiasti e pieni di orgoglio io e Massimo ci preparammo a partire per Mosca ma prima dovemmo sbrigare tutte formalità necessarie per avere i visti d’ingresso; solo Olga non ne ebbe bisogno in quanto cittadina Bielorussa. Prima di partire andammo a salutare Dimitri, il manager del “Fashion Club”, ringraziandolo per tutto quello che aveva fatto per noi, soprattutto per la grande opportunità che ci aveva dato. Erano trascorsi esattamente tre mesi dalla prima esibizione di Massimo nel suo locale e adesso eravamo catapultati in un altro mondo, proiettati in una nuova dimensione artistica.

Olga si aggregò alla nostra piccola comitiva come interprete e concordai con Massimo che le avremmo pagato tutte le spese oltre ad un piccolo extra per il disturbo, somma che avremmo detratto dall’anticipo versato dalla casa discografica. Il piccolo Amir fu affidato agli zii che abitavano poco lontano, mentre Olga chiese e ottenne un periodo di ferie dal suo lavoro. La casa discografica russa si occupò di tutto: visti, biglietti aerei e prenotazione presso l’hotel “Savoy”, in centro a Mosca. Un hotel a cinque stelle.

A Massimo e Olga riservarono una bella suite all’ultimo piano, mentre io dovetti accontentarmi di una normale camera singola, ma sullo stesso piano e non distante dalla loro.

Il viaggio in aereo fu abbastanza tranquillo mentre impiegammo circa un’ora per sbrigare le formalità doganali e per il ritiro dei bagagli. All’uscita trovammo ad attenderci un autista che aveva un cartello bene in vista tra le mani e sul quale aveva scritto, in un italiano corretto “Massimo Bastiani +2”. Il tempo era perfetto, ormai anche per Mosca era giunta l’estate e fuori dall’aeroporto potei respirare un’aria frizzante e piacevole. Il cielo era terso e limpido e ci affrettammo a salire sulla limousine bianca che ci avrebbe scarrozzato per le vie del centro.

Era la prima volta che viaggiavamo in limousine e dissi a Massimo, con tono scherzoso: “E” questo quello che si prova quando si ha successo?”.

Tra noi due Massimo era sicuramente il più felice perché cominciava a rendersi conto che la sua vita stava cambiando, rapidamente e decisamente per il meglio. Stava accarezzando il sogno della sua vita e voleva stringerlo forte tra le mani perché sapeva che il successo può essere effimero e volare via all’improvviso. Teneva stretto a se Olga che lo guardava come se fosse in estasi, completamente innamorata del suo uomo. Sentiva di appartenere a Massimo mentre io, da buon amico, facevo di tutto per reprimere i miei sentimenti e le mie emozioni, per permettere alla loro storia d’amore di vivere serenamente e senza ostacoli.

Cercai di allontanare da me qualunque pensiero negativo e opprimente. Volevo anch’io essere felice e cominciai a guardare fuori dal finestrino. Mentre percorrevamo le strade nel centro di Mosca rimasi con la bocca aperta nell’ammirare tutta quella grandezza e i segni di onnipotenza che si potevano notare ovunque. Era un continuo susseguirsi di grandi palazzi dallo stile più vario, a volte tipicamente europeo, altre volte di classica architettura russa, ma quello che più di ogni altra cosa colpì la mia attenzione furono le enormi guglie del Cremlino. Mosca, di sera, era bellissima e completamente illuminata, il traffico intenso ma scorrevole e anche la pubblicità che appariva su enormi cartelloni luminosi era piacevole da guardare, soprattutto quando apparivano donne bellissime e in abiti succinti.

Giunti al “Savoy” effettuammo la registrazione di rito, consegnammo i nostri passaporti e un addetto del personale ci accompagnò fin nelle nostre camere. Massimo, quella sera, si sentiva particolarmente generoso ed elargì una consistente mancia al ragazzo che ci aveva portato i bagagli; lo guardai divertito e, cercando di non essere da meno, tirai fuori venti euri dalla tasca. Non era il caso di badare a spese e fare gli avari perché, di lì a poco, avremmo firmato un contratto che avrebbe cambiato per sempre le nostre vite.

Dopo esserci sistemati nelle rispettive stanze, una telefonata della hall ci avvertiva che per le ore 20 eravamo attesi dai rappresentanti della casa discografica “Melodia” presso la sala ristorante dell’hotel. Ci preparammo in modo impeccabile, come se avessimo dovuto partecipare alla prima della Scala e ci recammo al ristorante.

Trovammo ad attenderci Ivan Dushenko, manager della casa discografica e il suo avvocato, Michail Melenkov. Dopo i saluti di rito ci accomodammo tutti al tavolo e cominciammo a chiacchierare. Ivan chiese a Massimo di raccontargli ogni particolare della sua vita da artista, delle sue precedenti esperienze musicali, dei locali in cui aveva suonato. Poi volle sapere la genesi del nostro brano “Impossibile amare”.

Finalmente arrivò anche il cameriere che ci servì del buon vino rosso italiano, un Pinot nero, e chiese se poteva cominciare a servire la cena. Non aspettavamo altro perché in tutta quell’eccitazione della giornata non avevamo mangiato praticamente nulla e ora i morsi della fame si facevano sentire.

Probabilmente Ivan notò, dai nostri sguardi, che eravamo letteralmente affamati e con un cenno del capo diede l’autorizzazione al cameriere di servire in tavola. La scelta di portare Olga con noi fu un’intuizione felice perché, il suo lavoro d’interprete, ci rese la serata più gradevole e rilassante. Grazie al suo aiuto potei comprendere tutti gli aspetti legali e le varie clausole del contratto. In sostanza ci chiedevano un’esclusiva di due anni durante i quali avremmo dovuto produrre altre canzoni, comunque tante almeno da riempire un album completo.

La casa discografica si sarebbe occupata della promozione e commercializzazione del disco, nonché della produzione di uno o più video musicali, a seconda del numero di singoli scelti. Infine arrivò la parte che tutti noi attendevamo con ansia: quanto avrebbe offerto per quell’esclusiva?

Ivan prese un tovagliolo e scrisse una cifra, poi lo piegò in due e lo passò a Massimo in modo che solo lui potesse leggere. Non capivo il motivo di quella sceneggiata perché ero io il manager e il legale di Massimo, oltre a essere il co-autore dei testi. Comunque stetti al gioco e feci finta di niente. Massimo aprì il tovagliolo, gli diede un’occhiata e poi lo passò a Olga, senza degnarmi nemmeno di uno sguardo o un cenno d’intesa, così com’eravamo soliti fare. Poi riprese il tovagliolo dalle mani di Olga e lo riconsegnò a Ivan dicendogli: “La cifra va bene, ma voglio anche una percentuale del 5% su tutte le vendite”. Fu a quel punto che decisi d’intervenire perché mi sentivo ormai tagliato fuori, come un invitato di pietra. Mi rivolsi a Massimo e con tono duro e scortese gli dissi: “Mi spieghi cosa sta succedendo?” “Perché mi hai escluso dalla trattativa?”. Non contento rincarai la dose: “Sono ancora il tuo manager e socio oppure hai deciso di fare tutto da solo?”.

Mi guardò con aria infastidita e rispose: “Ora non ho tempo di darti spiegazioni, ne riparliamo dopo, quando saremo soli”.

Era evidente che fosse accaduto qualcosa di grave. Ma quando? Dove? e per quanto cercassi di sforzarmi non riuscivo a trovare un valido motivo che potesse giustificare quel suo comportamento così assurdo. Cominciai a fare mille ipotesi, addirittura pensai ad uno dei soliti scherzi di Massimo, ma alla fine prese il sopravvento il pensiero più terribile. Massimo voleva il successo tutto per sé e aveva deciso, di punto in bianco, di eliminarmi dall’affare. Lui era la star ed io un semplice comprimario facilmente sostituibile.

Rimasi in silenzio per tutto il tempo a rimuginare e non riuscii a mangiare quasi nulla. Bevvi molto vino fino a quando cominciò a girarmi forte la testa. Mi tornò in mente la prima sbronza che avevo preso proprio con Massimo, nella sua villa, la sera del suo concerto. Oggi come allora stava provando a tirarmi un colpo mancino, ma questa volta non era per una donna, ma per soldi. Ero incazzato nero e a stento trattenni la mia ira. Non volli fare una scenata davanti a tutti per evitare di fare la figura del pessimo italiano che, quando si trova all’estero, si comporta malissimo.

Attesi con impazienza la fine di quella cena e quando Ivan e il suo legale si furono congedati presi Massimo per un braccio e lo tirai verso di me, poi mi avvicinai al suo orecchio e gli dissi: “Ora, stronzo, mi dici quello che sta succedendo o ti spacco la tua bella faccia, proprio qui, davanti a Olga”. Massimo, infastidito per il mio atteggiamento, tirò via il braccio e come se nulla fosse accaduto, con tono ironico, mi disse: “Andiamo nella mia suite, qui non voglio discutere”. Ci alzammo dal tavolo e ci dirigemmo verso gli ascensori ma nessuno di noi provò a dire un’altra parola, nemmeno Olga, che aveva assistito a tutta la scena.

Arrivammo nella sua suite e fui colpito dallo sfarzo e dall’eleganza di quella camera; quindi mi diressi immediatamente verso il balcone perché avevo bisogno di prendere una boccata d’aria fresca per cercare di calmare i miei bollenti spiriti. Dalla terrazza potei assistere a uno spettacolo mozzafiato: vedevo le luci della città sotto di me, le ampie strade a sei corsie e il traffico chiassoso della notte. Pensai che tutto quel lusso avesse dato alla testa a Massimo facendogli perdere la cognizione del tempo e dello spazio.

Pensai: “Certo, lui è la star principale di questo show, ma è pur vero che senza di me, senza il mio aiuto, non sarebbe mai arrivato fin qui”.

Poi tornai in camera e vidi Massimo disteso sul divano, vicino all’entrata, che teneva in mano un bicchiere con dentro, probabilmente, del whisky. Cominciò a sorseggiare lentamente senza nemmeno avere l’accortezza e l’educazione di offrirmene un assaggio.

Passai subito all’attacco e gli dissi: “Allora, qual è la tua spiegazione a tutto questo?”.

Alzò lo sguardo dal bicchiere e, guardandomi con tono di sfida, mi disse: “Robbè, in questi mesi ho pensato molto al nostro sodalizio artistico e alla nostra società e, alla fine, sono arrivato alla conclusione che posso fare anche a meno di te”. Fece una breve pausa e poi aggiunse: “Ti ringrazio per quello che hai fatto, ma è arrivato il momento che le nostre strade si dividano”.

Ero esterrefatto per quelle sue parole e, subito, ribattei: “Questo è tutto quello che hai da dirmi?” “Questa è la tua spiegazione?”. “Ma capisci che ti stai comportando da vero pezzo di merda?”. Alla fine aggiunsi: “Sappi che quando uscirò da questa stanza e chiuderò dietro di me quella porta, tu per me sarai come morto e non vorrò più sentirti ne vederti”.

Massimo sorrise e, con tono sprezzante, rispose: “Sei libero di fare e dire quello che ti pare ma, per me, la nostra società finisce qui, questa sera, in questa stanza”.

Ora ero veramente sconvolto e provai a voltarmi verso Olga, che in quel momento era in piedi vicino alla finestra, per cercare un suo sguardo di conforto, di complicità, elemosinando una sua parola di critica verso il comportamento di Massimo. Ma si sa, in questi casi l’amore prevale su tutto e lei, invece di incrociare il mio sguardo, abbassò il suo verso il pavimento e poi si girò verso la finestra, facendo finta di guardare fuori.

Pensai: “Molto bene, sono rimasto solo e senza amici, e adesso cosa faccio?”. Mi avviai verso l’uscita e quando giunsi sulla porta, mi rivolsi nuovamente verso Massimo e, minacciandolo con il dito indice, gli dissi: “In ogni caso, mi devi il 50% dei diritti d’autore della nostra canzone, perché sono comunque l’autore dei testi”. Fui sorpreso nel vedere Massimo tranquillo mentre continuava a sorseggiare il suo liquore, come se le mie parole non avessero avuto alcun peso per lui ma che, come piume nel vento, fossero volate via, lontane. Alzò lo sguardo verso di me e questa volta il suo tono si fece arrogante e volgare, dicendomi: “Io non ti devo proprio un cazzo perché la canzone è solo mia e poi è registrata a mio nome, testi e musica di Massimo Bastiani, informati pure, se vuoi”.

Al tradimento si aggiungeva la beffa e questo fu per me abbastanza. Aveva superato ogni limite di decenza e cercai di tornare indietro velocemente, nel tentativo di prenderlo per il collo e scaraventarlo giù dalla finestra. Giunto a metà della stanza vidi Olga venirmi incontro come se avesse intuito le mie cattive intenzioni. Ebbi un attimo di esitazione e mi fermai, poi Olga prese la mia mano nella sua e guardandomi negli occhi disse: “Roberto non fare pazzie, tu sei un uomo buono, ma ora è meglio che vai via”.

Accettai il suo suggerimento, in fondo non valeva la pena sporcarsi le mani per un simile individuo, ipocrita e traditore. Arrivai in camera con il sangue alla testa e cercai refrigerio sotto la doccia. Non potevo ancora credere a quello che era accaduto e alle parole di Massimo; tutto mi sembrava senza senso e speravo, ancora, che si trattasse di uno dei suoi soliti scherzi, magari fuori luogo, ma sempre meglio che sopportare quell’amara realtà.

Mi buttai sul letto e cercai di dormire ben sapendo che, il giorno dopo, avrei avuto un duro risveglio.

Dormii profondamente quella notte. La stanchezza per il viaggio, il troppo alcool e la discussione notturna con Massimo mi avevano completamente svuotato di ogni energia. Al risveglio restai per ore a fissare il pavimento della mia camera ma dovevo prendere una decisione e mi trovavo in una posizione veramente scomoda. Non avevo molto da scegliere: potevo restare a Mosca e provare a far nascere un putiferio, cercando di mettere i bastoni tra le ruote all’ancor vergine carriera artistica di Massimo oppure potevo tornare a Minsk, con la coda tra le gambe e riprendere la solita e monotona vita.

Alla fine mi decisi a tornare a Minsk. A quella decisione contribuirono le parole che Olga aveva pronunciato la sera prima e il grande amore che provavo per lei. Avevo riflettuto bene e desideravo che Olga godesse, con il suo amato, i frutti di quel successo, almeno finché fosse durato. Ero consapevole che, prima o poi, anche per lei sarebbe arrivato il momento del benservito e volevo che sperimentasse sulla propria pelle i repentini cambiamenti d’idea di Massimo.

Contattai la hall dell’albergo, chiesi di prenotarmi il primo volo in partenza per Minsk e un taxi che mi portasse all’aeroporto di Mosca.

Il mio rientro a Minsk non fu per niente facile. Adesso la città non rappresentava più il porto sicuro dove nascondersi ma era solo un posto opprimente dove trascorrere il resto della mia esistenza. Anche la casa di Olga sembrava fredda e vuota, senza energia, come se tutta quella magia fosse scomparsa via per sempre. Mi buttai sul letto e cominciai a piangere come un bambino, con le lacrime che mi bagnavano il viso senza fine, fin quando caddi addormentato per la stanchezza.

Rimasi per giorni come un ebete, con la barba lunga e mi trascinavo per casa come uno zombi, senza avere nulla da fare. Neanche le belle giornate di sole riuscirono ad attirare la mia attenzione per invogliarmi ad uscire.

Passarono velocemente due settimane fino quando non sentii un rumore di chiavi alla porta d’ingresso. Feci un balzo dal letto e, in un attimo, ero già all’entrata, qui vidi Olga con la valigia in mano che, guardandomi con la sua solita dolcezza, mi disse: “Ciao Roberto, come stai, sei sorpreso di vedermi a casa così presto?”. Risposi in fretta e senza pensare: “Ciao Olga, bentornata a casa, ma perché sei qui e non a Mosca?”. Poi le presi la valigia dalla sua mano e la portai nella sua camera, in modo che capisse che non ero arrabbiato con lei, ma solo con il suo amato Massimo.

Provai a chiederle il motivo di quel suo “ritorno improvviso” ma lei, con un cenno della mano, mi fece capire che non aveva nessuna voglia di parlare, che non era il momento.

Quella sera tornò a casa anche il piccolo Amir, super felice di poter riabbracciare la mamma dopo così tanto tempo e, con il suo solito insaziabile appetito, si rivolse a Olga chiedendole: “Cosa mi prepari di buono per cena?”. Era una scena divertente da vedere e, con il ritorno anche di Amir, sembrava ricostituirsi la nostra vecchia armonia familiare. Il mio animo tornò sereno e, per un po’, dimenticai tutto quello che era successo a Mosca.

La vita di Olga riprese normalmente, con la stessa regolarità e monotonia di un tempo, ma nei suoi occhi potevo leggere una grande tristezza e una sofferenza infinita, come se il destino continuasse ad accanirsi contro di lei. Un sabato sera le chiesi di uscire dicendole che entrambi avevamo bisogno di un po’ di distrazione. Tra l’altro dovevamo ancora chiarire il motivo del suo improvviso ritorno a Minsk. Olga all’inizio sembrò titubante ad accettare il mio invito ma dalla mia insistenza capì che non mi sarei arreso facilmente; alla fine e solo dopo molti tentativi acconsentì a fare una passeggiata in centro.

Prendemmo la sua auto per essere più liberi negli spostamenti e durante il tragitto non dicemmo una parola e percepivo in lei un forte imbarazzo. Arrivammo sul Viale Nemiga e, fortunatamente, trovammo subito parcheggio; cercai di stemperare la tensione parlando di argomenti frivoli, come il tempo e la moda e feci in modo di metterla a suo agio.

Dopo circa una mezz’ora ci fermammo su di una panchina e, finalmente, potemmo guardarci negli occhi. Ero sereno e cercai di evitare che quella serata potesse trasformarsi in un interrogatorio, ma erano troppe le domande che attendevano ancora una risposta e con dolcezza le chiesi se potevo farle alcune domande. “Va bene Roberto”, mi rispose tranquilla, “puoi chiedermi tutto quello che t’interessa e prometto che sarò sincera”.

Non persi tempo con altri giri di parole e, senza esitazione, le chiesi: “Olga, ma tu eri a conoscenza dei progetti di Massimo?” “Negli ultimi mesi ti aveva confidato che voleva sciogliere la nostra società e mettermi da parte?”.

Fece una pausa come per trovare le giuste parole e poi rispose: “Credimi Roberto, non ho mai saputo niente dei progetti di Massimo perché, solitamente, non parlavamo mai di lavoro”.

“Posso solo dirti che, prima della partenza per Mosca, avevo notato un cambiamento nel suo carattere e nel suo modo di fare, ma pensavo che quella tensione dipendesse dalla particolarità del momento”.

Non fece in tempo a finire la frase, che la incalzai: “Pensi che quella di farmi fuori dal nostro progetto sia stata una decisione maturata nei giorni prima di partire per Mosca?”. “Si”, rispose Olga, “Ma non conosco il motivo per cui ha preso quella decisione e, francamente, Massimo si è sempre rifiutato di parlarmene, neppure quella sera, quando hai lasciato la suite dell’Hotel Savoy a Mosca”.

Sembrava sincera e provai a rendere la nostra conversazione più leggera chiedendole:” Allora, come sono stati questi giorni di vacanza a Mosca?” “Sei riuscita a visitare qualche bel posto, chiese, musei, negozi in centro?”. Mi prese la mia mano nella sua e con dolcezza mi rispose: “Roberto, non ti preoccupare, so quello che vuoi sapere e non ho nessuna vergogna a raccontarti tutto”.

“Dopo che sei partito per Minsk ci siamo trasferiti dall’hotel Savoy e siamo andati a vivere in un bel appartamento in centro, con due camere da letto, una sala da pranzo e un ampio bagno, con una terrazza enorme, dove potevamo ammirare lo splendido panorama di Mosca. Purtroppo, in quelle settimane, Massimo era sempre in giro, impegnato con la casa discografica a dare interviste alle radio o sul set per girare il video della sua canzone. Io non potevo seguirlo nei suoi spostamenti perché la casa discografica, al mio posto, aveva assunto un’interprete professionale, per cui, tutto il giorno, ero costretta a stare a casa, senza poter vedere e parlare con nessuno. Per diverse sere consecutive Massimo non fece rientro a casa e, nonostante la mia preoccupazione e gli innumerevoli tentativi di contattarlo sul suo cellulare, lui non mi rispose né mi richiamò. Per fortuna una gentile segretaria della casa discografica m’informò che Massimo stava bene, ma che sarebbe tornato a casa solo dopo alcuni giorni, benché anche lei non sapesse dirmi esattamente quando. Massimo finalmente rientrò a casa ma completamente ubriaco e forse anche drogato. In quel momento capii che quella vita non faceva per me, gli scrissi una lettera di addio, presi un taxi per l’aeroporto e m’imbarcai sul primo volo per Minsk. Questo è tutto. Da allora non ho più avuto notizie di Massimo, nemmeno una sua telefonata per dirmi addio”.

Alla fine eravamo stati traditi entrambi, benché in modi e per motivi differenti, e non ci restava altro da fare che cercare di dimenticare in fretta quella storia e relegarla nei ricordi tristi del passato. La guardai con tenerezza e con un sorriso appena abbozzato le dissi “Olga se per te va bene mi piacerebbe restare a casa tua e continuare a pagarti l’affitto della stanza. Nonostante quello che è successo sappi che puoi contare su di me e sulla mia amicizia e che le porte del mio cuore saranno sempre aperte per te”.

Anche lei sorrise e, come per tranquillizzarmi dalle mie paure, rispose: “Certo che puoi rimanere, ci mancherebbe, anch’io sono felice per la nostra amicizia ma adesso parlare d’amore, dopo tutto quello che è successo, mi sembra prematuro e fuori luogo”. Feci un cenno d’intesa con la testa, ci alzammo e ci dirigemmo verso la macchina per tornare a casa e rinchiuderci nelle nostre stanze, con i nostri pensieri e i nostri dolori. Quella fu l’ultima volta che passeggiammo insieme, anche se non mancarono altre occasioni di svago e divertimento, come la festa di compleanno di Amir.

Il tempo trascorse rapidamente e le giornate si susseguirono una dopo l’altra, senza novità di rilievo, se non quella del tempo che cominciava a peggiorare in vista dell’arrivo delle prime nevi. Anche le giornate si accorciarono e presto fu il buio a dominare l’atmosfera del quartiere. In quei mesi Olga fu sempre carina e gentile con me e, per dimostrarmi il suo affetto, riuscì a farmi assumere presso una scuola privata di Minsk, dove potei insegnare la lingua italiana per tre pomeriggi alla settimana.

Una sera di dicembre, di ritorno a casa da una di quelle lezioni, trovai Olga in lacrime, disperata, che abbracciava il piccolo Amir. Qualcosa di grave era successo e subito il mio primo pensiero fu per le figlie lontane. Non ebbi il tempo di pronunciare una parola che Olga, con il viso ancora rigato dalle lacrime, mi porse nelle mani il suo tablet aperto sul sito di Russia Today. Immediatamente balzò agli occhi la foto di Massimo in un piccolo riquadro, sotto l’articolo scritto in russo e, di fianco, in bella mostra, un’altra foto, quella di una Mercedes nera completamente distrutta.

Già dal titolo potevo capire la tragicità di quella terribile notizia: “Ascesa e morte di un cantante italiano”. Quell’articolo, in sintesi, spiegava tutte le fasi dell’incidente: “Massimo Bastiani, emergente cantante melodico italiano, ieri sera, alla guida della sua Mercedes, a causa dell’elevata velocità, si è scontrato frontalmente contro il muro di un palazzo, sulla centralissima Tverskaya Street. Dai primi accertamenti sembra che il cantante italiano fosse sotto gli effetti dell’alcool e di sostanze stupefacenti”.

Era una notizia incredibile, inaspettata e sicuramente non desiderata. Non ebbi nemmeno il tempo di commentarla con Olga, perché le consegnai il tablet e, senza parlare, mi diressi nella mia stanza da letto. Non piansi per la morte del mio amico ma ero comunque triste perché sapevo che, questa volta, non lo avrei più rivisto, nemmeno per un ultimo saluto. Avevo sperato che, un giorno, avrei potuto avere confronto aperto e sincero con lui, perché desideravo ancora capire i reali motivi che lo avevano spinto ad allontanarmi dalla sua vita.

Avevamo avuto un unico e solo grande successo e, per vari motivi, nessuno dei due era riuscito a goderselo fino in fondo. La morte del mio amico, nonostante tutti i nostri dissapori, mi aveva veramente sconvolto e con l’approssimarsi delle feste di Natale mi sentivo sempre più solo, triste e disperato. Era chiaro che il mio tempo a Minsk era finito ed era ormai giunta l’ora di tornare a casa, in Italia, nella mia bella Salerno. Senza esitazione presi il telefono e chiamai mia sorella Elena.

Appena sentii la sua voce le dissi: “Elena sono Roberto, tuo fratello, cosa ne pensi se questo Natale lo trascorriamo insieme, guardando il mare?”. Sentii il suo pianto commosso e, dopo un attimo di silenzio, mi rispose: “Parti subito, ti aspetto, anzi tutti noi, da sempre, desideriamo il tuo ritorno a casa, anche mamma e papà, che sono qui con me, questa sera”. Fui felice di sentire la sua voce e quelle sue parole di affetto mi diedero la forza di pensare che, in fondo, tornare a casa non era una strada senza uscita ma, forse, la speranza per una vita migliore.

Spensi il cellulare e andai in sala da pranzo per comunicare ad Olga la mia decisione. La trovai mentre guardava un film in tv e, cercando di disturbarla il meno possibile, le dissi sottovoce: “Olga posso parlarti un minuto, ho una notizia importante da comunicarti”. Immediatamente spense la tv, accese la luce e mi pregò di sedermi sul divano, accanto a lei. Le parlai francamente e le dissi: “Olga, ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per me in questi anni, per la tua sincera amicizia e gentilezza, ma ho deciso di tornare in Italia, sento che, in questo momento, è la migliore decisione per me e la mia vita”.

Mi sorrise e risposte: “Ogni tanto mi chiamerai, vero?”. Feci cenno di sì con la testa, mi alzai dal divano e tornai nella mia stanza. Le avevo detto addio per sempre e quella sera sarebbe stata l’ultima volta che saremmo stati così vicini.

La mattina successiva, mentre Olga era già andata a lavoro, mi affrettai a fare i bagagli e chiamai un taxi per farmi accompagnare all’aeroporto. La sera prima avevo comprato il biglietto aereo e adesso dovevo affrettarmi perché avevo solo poche ore per l’imbarco. Il viaggio di ritorno fu tranquillo, senza imprevisti dell’ultimo minuto. Finalmente tornai nella mia amata Salerno e, come prima cosa, volli fare una passeggiata sul lungomare, come ai vecchi tempi. Quando giunsi presso la mia panchina preferita, prima di sedermi, cercai di osservarla attentamente: era ancora così, come l’avevo lasciata tanti anni prima, solo un po’ più vecchia, segnata dalla ruggine e dalla salsedine. Poi mi sedetti lentamente e guardando il mare, in direzione del golfo, dissi a bassa voce: “Ecco, ora sono pronto, non ho più paura di morire”.